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Come NON si scrive una pubblicazione scientifica

8404_pnw_big_grattaA proposito dell’argomento del post precedente, l’omeopatia, mi sono imbattuto in una pubblicazione appena edita su Veterinary Record. Sono sempre stato dell’avviso che i pessimi ricercatori e le pessime pubblicazioni sono molto utili alla scienza, perche’ ci insegnano come NON si dovrebbe fare ricerca e come NON si dovrebbe scrivere una pubblicazione. E’ il caso di questo paper (per chi ha l’accesso qui l’intero paper). Gli autori sono Hill et al. 2009,

Il paper parla di una serie di trials su cani con prurito associato a dermatite atopica, a cui sono stati somministrate diluizioni omeopatiche. Secondo gli autori da questa ricerca si desumerebbe un’ efficacia dei prodotti omeopatici. Quando invece non si dedurrebbe niente se non il contrario a parte la scarsa serieta’ di certi studi sull’omeopatia.

Faro’ un elenco dei gravissimi errori presenti nella ricerca.

  1. Normalmente in questi studi si confrontano i dati provenienti da un gruppo che ha preso il farmaco e da un gruppo di controllo. In questo caso abbiamo solo dei cani con dermatite atopica. Nella scienza si usano i controlli per capire se la malattia e’ regressa a causa del farmaco o per cause naturali.
  2. Sono stati usati nello studio 20 cani di differenti razze, eta’, sesso e con la malattia a diversi stadi. Una scelta scandalosa. I risultati per essere affidabili devono provenire da un gruppo di individui omogeneo. Ogni razza, ogni eta’, ogni sesso ha caratteristiche diverse e risponde alla malattia in modo diverso. In piu’ la malattia si presentava a diversi stadi.
  3. I miglioramenti della malattia venivano diagnosticati dai proprietari dei cani (!) i quali potevano dare un punteggio da 0 a 10 sul miglioramento dei propri animali. Incredibilmente i cani venivano lasciati alle cure dei proprietari, in ambienti diversi, cibo diverso e monitorati da persone diverse. Persone le quali potevano essere state influenzate nella loro scelta da cause psicologiche (effetto placebo sul padrone). Perche’ non misurare altri fattori come per esempio la quantita’ di istamina rilasciata o fattori rilasciati durante lo stress?
  4. Nella pubblicazione manca del tutto una sezione sui Materiali e Metodi (!). Come possiamo valutare l’efficacia di questo studio senza poter vedere come sono stati preparati i prodotti omeopatici? Non solo ma ad ogni cane sono state date diverse preparazioni omeopatiche. In una tabella ne ho letto una decina. Quale allora ha fatto bene all’animale e perche’ e’ stata scelta una piuttosto che un’altra su quell’animale?dermatite-atopica
  5. Dopo tutto questo veniamo ai risultati che sono disastrosi. Solo 5 cani su 20 hanno presentato un qualche miglioramento (25%), il quale poteva essere dovuto semplicemente ad un fatto naturale o a milioni di altri fattori non presi in considerazione (miglior attenzione e cura dei padroni, differente dieta o ambiente ecc.). Solo un cane ha mostrato una completa guarigione. Uno dei cani e’ addirittura morto e uno potrebbe anche chiedersi come sia possibile considerare efficace l’omeopatia se un cane guarisce ma non mortale se un cane muore! Insomma poiche’ questa NON e’ scienza (avete visto che razza di studio hanno fatto) dipende da come lo si guarda: il bicchiere e’ mezzo vuoto o e’ mezzo pieno? Potrei dire che il prodotto omeopatico e’ nocivo perche’ non solo non ha avuto effetto sul 75% dei cani ma addirittura uno e’ morto a causa di esso.
  6. Una persona sana di mente di fronte a tale evidenza avrebbe dovuta recitare il mea culpa ed ammettere che e’ stato un disastro e che l’omeopatia in questo caso specifico non ha funzionato ma anzi forse ha peggiorato. Ed invece alla fine del paper si parla esplicitamente del fatto che si puo’ credere o non credere. Pensavo che nella scienza non si credesse, ma semplicemente si dimostrasse coi dati una ipotesi. Mai letto un paper in cui si ammette che i dati devono essere letti attraverso il filtro di una fede per un tipo di medicina.

In conclusione bisogna stare molto attenti a cio’ che viene pubblicato. Non tutto quello che viene pubblicato e’ buona scienza. In questo caso mia nonna avrebbe saputo organizzare lo studio in modo migliore e con un minimo di buon senso.

Fabristol

Farmaci omeopatici pagati da tutti i contribuenti o solo da quelli che ci credono?

omeopatiaQuesto post forse sarebbe più adatto a Bioetica che a Progetto Galileo: non vuole
smentire una bufala o le castronerie scientifiche di un articolo. Ma parla di scienza e prende spunto da una notizia fresca di stampa, per cui ci cimentiamo lo stesso.

La notizia, potete leggerla qui, riguarda l’omeopatia e il fatto che probabilmente verrà uniformata, per quanto riguarda il sistema sanitario nazionale, alla medicina tradizionale.

La questione dell’omeopatia è, per usare un francesismo, un bel casino. Ci sarebbero moltissime cose da dire, dal punto di vista strettamente scientifico. A partire dai principi su cui si basa, l’adagio “similia similibus curantur” e la fantomatica “memoria dell’acqua“, che sono tutto tranne che scientifici (si veda, una volta per tutte, questo approfondito articolo di Luigi Garlaschelli).

Una ricerca pubblicata nel 2005 su The Lancet dimostrò che gli effetti dell’omeopatia sono gli stessi del placebo. Ma “giocare alle ricerche scientifiche” probabilmente non è una buona strategia visto che in letteratura sono presenti molti (troppi?) studi che pare riescano a dimostrare quasi “qualsiasi cosa” su basi puramente statistiche. Un passo meno vano sarebbe passare in rassegna quelle che potremmo chiamare “meta-analisi“, ovvero lavori che accorpano in maniera critica un certo numero di ricerche (e dunque hanno almeno il vantaggio di aumentare la significativià statistica). Quel che si ottiene è che la stragrande maggioranza di queste meta-analisi concludono dicendo che le ricerche sono homeopathy1mediamente “fatte coi piedi” (i lettori di Progetto Galileo sono abituati a questi termini tecnici) e in un paio di casi si faceva notare come ci fosse una lievissima preponderanza di risultati a favore dell’efficacia dell’omeopatia ma anche che, in media, le ricerche fatte peggio erano anche quelle più favorevoli all’omeopatia. Nel 2007 The Lancet pubblica un’ulteriore ricerca che effettua una revisione di cinque ampie revisioni degli studi condotti negli ultimi anni, e il suo giudizio è netto: non c’è evidenza di differenza col placebo.

Ma al di là del problema specifico (su cui Progetto Galileo, ci tiene a dirlo, ha comunque un’opinione estremamente negativa al di là di ogni ragionevole dubbio) lo spunto di riflessione che vorremmo sollevare è più di carattere etico e politico, seppur legato a temi scientifici. Perché in questo caso, a differenza dei “soliti” problemi di bioetica, non siamo (solo) di fronte a scelte individuali su come condurre la propria vita o a quali valori aderire. Siamo di fronte a una scelta che ha pesanti ripercussioni economiche sulla società, perché, lo capite bene, rimborsare le spese sanitarie omeopatiche può risultare una scelta a dir poco discutibile, se si sposa l’idea che non si tratti d’altro che di acqua fresca.

Continua a leggere ‘Farmaci omeopatici pagati da tutti i contribuenti o solo da quelli che ci credono?’

Una rivoluzione invisibile.

Rivoluzione microdosi

Qua c’è l’articolo per intero.

Marco Lombardozzi, medico omeopata, su “Metro“:

«Mai più effetti collaterali dai farmaci, mai più spese folli per il sistema sanitario. Risparmio di milioni di euro e terapie efficaci senza tossicità. Pensate che sia un sogno? No, potrebbe essere realtà ma non ve l’hanno detto. Negli ospedali sudamericani è già da anni praticata la terapia delle microdosi, scoperta dal Prof. Martinez Bravo dell’Università di Zacatecas, Messico. In Italia alcune ricerche hanno dato risultati sorprendenti. La rivoluzione del secolo.»

Potrebbe essere realtà? Il Prof. Martinez Bravo, questa scoperta l’ha fatta o potrebbe averla fatta?

Provo a cercare su pubmed (il google della scienza, sarebbe ora che cominciaste a usarlo) ma il risultato è sconfortante. Martinez Bravo non ha pubblicato articoli sulle microdosi. Per la verità il Prof. Eugenio Martinez Bravo non ha pubblicato assolutamente nulla. Se ha mai fatto una scoperta scientifica se l’è tenuta per sé (ma allora, Marco Lombardozzi come l’ha saputo?)

Ma sono curioso e vado avanti a leggere:

«finalmente si è scoperto che medicinali come antibiotici, antiinfiammatori, psicofarmaci ecc. se vengono diluiti fino a 15000 volte, conservano la stessa efficacia.»

Antibiotici? Antiinfiammatori? Psicofarmaci ecc.? Stiamo parlando di -boh?- centinaia, forse migliaia di principi attivi. Martinez Bravo li ha testati tutti?

Cerco ancora su pubmed. Magari non Martinez in persona ma un suo amico, un discepolo, qualcuno avrà pur reso pubblici i risultati delle proprie ricerche sulle microdosi.

Trovo questo articolo, che afferma che 1200 mg di paracetamolo sono risultati più efficaci nella terapia del dolore rispetto a di dosi da 500 mg. Quest’altro dice che un basso dosaggio di esomeprazolo è meno efficace nella cura del reflusso gastroesofageo.

Quindi dimezzando la dose l’effetto si riduce, almeno per questi due farmaci. Ma ancora niente su microdosi o diluizioni di 15000 volte.

E allora che si fa? Continuiamo a leggere:

«Quindi gli stessi farmaci che quotidianamente vengono usati per la febbre o il mal di testa, per il dolore o per il diabete, possono essere diluiti secondo una metodica che qualsiasi farmacista può applicare e avere la stessa identica efficacia di quegli stessi farmaci a dosi massicce.»

Be’, ma è fantastico! Ho una bella notizia da darvi: il farmacista non serve affatto! Vi spiego io come diluire 15000 volte un farmaco.

Avete un mal di testa lacerante o le coliche renali? Vi è venuto il colpo della strega? Avete le mestruazioni del secolo? Bene. Prendete una bustina del vostro antiinfiammatorio preferito. Scioglietelo nel solito mezzo bicchiere d’acqua. Poi procuratevi un serbatoio da 750 litri pieno d’acqua, buttatevi dentro il mezzo bicchiere e agitate bene. Recuperate dal serbatoio mezzo bicchiere del farmaco diluito 15000 volte, bevetelo e aspettate l’effetto.

Se qualcosa non va, provate a chiedere delucidazioni al Dott. Marco Lombardozzi, che è stato così gentile da rendere pubblica la sua e-mail: marlomb@fastwebnet.it

Andrea Ferrigno

(su segnalazione di Ivo Silvestro)


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