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La leggenda del cane clonato

Riceviamo e volentieri pubblichiamo il contributo di Tommy David.
Aspettiamo feedback da tutti i lettori.

C’è chi è disposto a far di tutto, anche a spendere decine di migliaia dollari, per riavere un cane uguale a quello che ha perso. C’è infatti chi non si accontenta di prendere un cucciolo della stessa razza dell’amico perduto: fresca è la notizia del primo cane clonato per fini commerciali.

Ora, in una simile operazione ci vedrei poco di buono, a partire dalle folli spese affrontate – roba da americani –; tuttavia tralascerò la questione etica, almeno in parte, per discutere di questioni più scientifiche.

I casi di cattiva informazione scientifica sono infatti all’ordine del giorno, e simili notizie ce ne danno un lampante esempio. In questo caso ad essere disarmante però non è soltanto la profonda insipienza scientifica dei giornalisti, ma anche la sconfinata dabbenaggine dei lettori, a partire dai ricchi clienti e finendo con chi legge distrattamente la notizia senza attivare il cervello. (Mi chiedo se anche il laboratorio scientifico non abbia le sue colpe. Sarei curioso di scoprire quali aspettative provochino nei clienti, quali garanzie propongano…)

Chiariamo la questione. Con la clonazione siamo in grado di ottenere un essere vivente il cui DNA è identico a quello dell’organismo di partenza. In linguaggio un po’ più tecnico diremmo che i due corpi, il clone e il clonato, condividono lo stesso genotipo. Tuttavia i geni non sono tutto. Un essere vivente infatti è frutto di una complessa alchimia: è una somma dei suoi geni, del suo ambiente e delle interazioni tra essi. In sostanza avere gli stessi geni non significa affatto essere lo stesso essere vivente: l’espressione dei geni (il fenotipo, ovvero i caratteri manifesti, la forma dell’individuo) non è legata deterministicamente al genoma.
Non c’è una relazione diretta e ben precisa, nella maggior parte dei casi, tra i geni e la loro espressione, in quanto questa è modulata dai processi di sviluppo embrionali, dall’esposizione all’ambiente, dalla storia personale – in una parola, dall’ontogenesi prima e dalla vita vissuta poi. Pensiamo a due gemelli omozigoti: a livello fenotipico, a ben vedere, non sono perfettamente identici (le complesse impronte digitali saranno diverse, per citare una differenza onnipresente tra gemelli; questo per tacere dei tanti piccoli particolari noti solo a chi conosca la coppia); a livello caratteriale poi la cosa si complica: pretendere la stessa mente, lo stesso cervello, è una pura fantasia. Non solo i geni non specificano passo-passo la struttura del cervello (come potrebbero contenere le istruzioni per dirigere le decine di miliardi di neuroni che abbiamo?), ma la stessa mente è il frutto complesso e indistricabile dei rapporti tra cervello, corpo e mondo. Il discorso si può inserire agevolmente nella nota e annosa questione nature/nurture, cioè natura (innato) contro cultura (appreso, ambiente). È complicato, e anche parecchio insensato, cercare di valutare quanto pesi il fattore naturale e quello culturale: tuttavia di certo i geni non pesano oltre il 50% (e anche molto meno, a parere di molti scienziati). Dovremmo sfatare il mito del determinismo genetico, tanto in voga tra i giornalisti contemporanei che si affrettano ad informarci che è stato trovato il gene dell’obesità, il gene dell’intelligenza e così via. (Pensateci un attimo. Possedete il gene dell’obesità ma non avete cibo a disposizione.Quale sarà il risultato, secondo voi?)

Forse, se la gente provasse a immaginare, a pensare un attimo su ciò che le viene proposto, si eviterebbero molti errori. E dire che basterebbe solo un po’ di buon senso (anche se qualche conoscenza scientifica di base aiuterebbe senza dubbio la corretta intuizione…).

Pensate, dunque. Perdete un vostro caro (compagno/a, genitore, amante o quel che volete). È un evento tragico, il ricordo vi tormenta: sentite aleggiare ancora tra voi quella persona, tanto da immaginare per essa un aldilà, un luogo fisico dove effettivamente si troverebbe adesso. Vi viene tuttavia offerta la possibilità di clonare il vostro caro. Accettereste? Veramente credereste di poter riavere vostro padre, se esso in realtà avesse l’età di vostro figlio e vivrebbe in tempi completamente diversi (per non dire che nemmeno vi genererebbe)? E che dire del vostro compagno, che non vivrebbe l’innamoramento non solo perché non ha ricordi (persi per sempre, come “lacrime nella pioggia”) ma anche perché non ha condiviso, di fatto, questa esperienza con voi? Capisco bene che pensando ad un cane non vengono in mente tutte queste considerazioni. Probabilmente qualcosa cambia: lo sviluppo di un cane è assai più rapido di quello di un uomo (vi ritrovereste un cane adulto in una manciata di mesi), il suo comportamento è più semplice, la sua mente non può direttamente esprimervi ricordi a causa della mancanza di un linguaggio condiviso.

Lo stesso Dawkins, nel suo celebre Il gene egoista, indica solo la razza umana come l’unica specie in grado, grazie ai memi – le idee della mente –, di sottrarsi alla dittatura dei propri geni. Ciò non toglie tuttavia che un cane clonato non possiederà quantomeno i ricordi – quindi il carattere, e di conseguenza il comportamento – del cane originario. Provino a consegnarle il cane due anni dopo la nascita, e la signora capirà che tanto valeva comprarsi un altro pitbull.
(Piccolo esperimento mentale. Consegnino alla signora due cuccioli della stessa età, uno clonato l’altro no, senza svelare quale sia quello con i geni originari. Provi la signora a capire quale ha gli stessi geni di Booger – per gli italiani Caccola. Provi a capirlo dopo averli allevati entrambi, nel dubbio. Secondo esperimento reale: si faccia un sondaggio, a distanza di anni, per appurare la soddisfazione dei clienti felici possessori di cani clonati.)

Tornando un’ultima volta all’articolo da cui siamo partiti, trovo particolarmente grave la seguente affermazione: «potrebbero anche essere clonati cani addestrati a scovare bombe o droga». Questo è puro lamarckismo: credere che ciò che viene appreso possa essere trasmesso ai discendenti, o a dei cloni. Al massimo (ma non è una concessione a Lamarck!) si può affermare che può essere trasmessa una predisposizione a certe caratteristiche complesse (ad avere un fiuto più raffinato, un udito più acuto). Niente di non fattibile, molto più semplicemente ed economicamente, con una accurata selezione artificiale di assai più basso profilo tecnologico: con l’allevamento, come aveva già notato Darwin un secolo e mezzo addietro.


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