Darwinismo quantistico

copia-di-revolution-smallMediamente i fisici non sono troppo interessati alla teoria dell’evoluzione. Le leggi della fisica (per quanto ne sappiamo) sono rimaste sempre quelle dall’inizio dei tempi e l’universo “evolve” seguendo fedelmente queste leggi. Anzi, per un fisico la riproducibilità è un punto cardine della ricerca scientifica: se io metto mille volte questo elettrone in queste condizioni lui si comporterà mille volte nello stesso modo. Certo, dall’avvento della meccanica quantistica ad oggi il determinismo è stato abbandonato in favore di previsioni di tipo probabilistico, ma il concetto di fondo è rimasto lo stesso e non lascia molto spazio ai meccanismi di selezione tanto cari ai biologi. Tuttavia difficilmente le buone idee non trovano applicazione un po’ ovunque e persino nella meccanica quantistica, se uno guarda per bene, le intuizioni di Darwin trovano una loro collocazione.

Gli ingredienti fondamentali di una teoria Darwiniana dell’evoluzione sono: zurekqualcosa che sia in grado di produrre copie di se stesso (simili ma non identiche l’una all’altra), una competizione per una qualche forma di risorsa ed un meccanismo di selezione che permetta solo ai più “adatti” di riprodursi. Wojciech H. Zurek (ricercatore a Los Alamos, nella foto) ha trovato che, con gli opportuni adattamenti, questi ingredienti li si trova dove meno uno se li aspetterebbe: nella teoria della misura quantistica.

Andiamo per gradi: la meccanica quantistica è una teoria, sviluppata da un gran numero di scienziati a partire dagli inizi del XX secolo, che descrive il comportamento dei corpi “molto piccoli”. Caratteristica fondamentale di questi “corpi molto piccoli” è che, quando uno li va ad osservare, vede che si comportano in maniera totalmente diversa da quella che è l’intuizione di tutti i giorni. Se io lascio cadere un sasso l’esperienza mi dice che questo cadrà con velocità e traiettoria ben definite e predicibili. Un elettrone invece non cadrà seguendo una traiettoria ben definita ma si troverà in una “sovrapposizione” di tutte le traiettorie possibili. Cosa ancora più strana, quando andrò a misurare la posizione di questo elettrone non lo troverò mai in questo stato di “sovrapposizione” ma lo misurerò sempre con una posizione ben definita. Quello che succede è che, lasciato a se stesso, l’elettrone seguirà il principio di sovrapposizione e si troverà contemporaneamente in tutti gli stati possibili, appena però qualcuno andrà ad “osservarlo” lui sceglierà uno ed uno solo di questi stati e si farà trovare lì (postulato della proiezione). In realtà non c’è bisogno di una intelligenza che osservi (come ogni tanto qualcuno dice nella speranza di appiccicare idee metafisiche alla meccanica quantistica), molto più banalmente basta che l’elettrone inizi ad interagire con l’ambiente (ovvero con tutta quella parte di universo che non fa parte del sistema composto dal solo elettrone); ogni volta che l’elettrone interagisce in un qualche modo col resto dell’universo viene “misurato” e quindi costretto a scegliere uno solo fra la moltitudine di stati possibili.

Un’altra proprietà importante della meccanica quantistica è che, una volta che ho misurato il mio elettrone, se lo rimisuro immediatamente dopo, otterrò esattamente lo stesso risultato. Questo vuol dire che lo stato misurato non è banalmente uno preso a caso fra tutti quelli possibili ma che, una volta fatta la scelta, questa scelta è in qualche modo definitiva.

Ma perché io non posso misurare la sovrapposizione degli stati? E come fa l’elettrone a sapere di essere osservato e quindi a scegliere uno stato? E come sceglie proprio quello e non un altro? Questi sono i problemi della teoria della misura quantistica. L’approccio di Bohr (ovvero quello che è divenuto l’approccio standard) era di postulare questo comportamento e dimenticarsene. L’approccio di Zurek invece è di studiare come avviene una misura: infatti noi non siamo mai veramente in grado di “misurare” un elettrone, quello che possiamo fare è di misurare una piccola frazione dell’ambiente che lo circonda. Facciamo un esempio più vicino a noi: quando leggiamo le pagine di un libro non non stiamo veramente avendo un’esperienza diretta dell’inchiostro sulla pagina ma ci stiamo limitando a captare una piccola frazione dei fotoni che rimbalzano sulla pagina e poi finiscono nei nostri occhi. Siamo tutti d’accordo che il libro sia reale (anche se non ne abbiamo una misura diretta) perché se ci mettiamo in due a rileggere la stessa pagina, raccogliendo fotoni diversi i momenti diversi, saremo comunque concordi sul suo aspetto e su quello che c’era scritto. L’inchiostro sulla pagina del libro ha interagito con la luce che poi si è propagata e noi ne abbiamo misurato solo una piccolissima frazione; ciò nonostante abbiamo raccolto una gran quantità di informazioni su quell’inchiostro. Se raccogliessimo più luce non aumenteremmo di molto la nostra conoscenza su quel libro ed anche se ripetessimo la misura mille volte non progrediremmo molto oltre al punto dove siamo arrivati la prima volta.

Con l’elettrone il concetto è analogo: noi non misuriamo direttamente l’elettrone ma misuriamo una piccola frazione dell’ambiente che lo circonda e da questo traiamo tutta l’informazione che ci serve sulla sua posizione. Eppure, dal punto di vista della meccanica quantistica, questo suona un po’ strano. L’elettrone poteva avere miliardi di stati possibili, perché, pur misurando solo un’infinitesima frazione di quello che c’era da misurare, l’abbiamo visto tutti nella stessa posizione? Ecco, qui entra in gioco il Darwinismo quantistico.

L’elettrone parte da un certo “stato” iniziale. Questo stato interagisce con l’ambiente e vi lascia un’impronta, solo che ogni frazione di ambiente ha solo una parte di tutta l’informazione sullo stato originario e non tutti hanno proprio lo stesso pezzettino di informazione. Quindi ogni piccola frazione di universo (che noi possiamo misurare per trarre qualche informazione sull’elettrone) ci fa vedere uno stato leggermente diverso; in pratica lo stato iniziale ha prodotto una gran quantità di stati “figli”, ciascuno un po’ diverso dall’altro, che vivono nell’ambiente circostante. In questo modo uno stato quantistico riproduce se stesso in una molteplicità di copie simili ma non uguali all’originale (e quindi abbiamo sia la riproduzione che la mutazione).

Questi stati figli però non sono tutti uguali: alcuni sono tali da non poter sopravvivere a lungo nell’ambiente e le informazioni che li compongono diventano ben presto illeggibili e quindi immisurabili. Altri, per via del teorema di no-cloning, non sono in grado di lasciare a loro volta un’impronta nell’ambiente e quindi sono, sotto tutti gli aspetti, sterili. Solo una frazione molto piccola e ben delimitata di stati riescono a produrre copie di se stessi che a loro volta possano riprodursi. La “selezione naturale” in questo caso è data dal fatto che uno stato, per poter lasciare un’impronta duratura nell’ambiente, deve sottostare a regole ferree e deve essere “adatto” all’ambiente che lo circonda. In più la quantità di informazione che una certa porzione di ambiente può contenere è limitata (per esempio il numero di fotoni che colpiscono la pagina del libro è alta ma finita) e quindi esiste una “risorsa naturale” per cui gli stati competono. In questo modo solo gli stati “più adatti” all’ambiente che li circonda in quel dato momento possono replicarsi e influenzare il resto del mondo. Sono solo questi che possono essere effettivamente “misurati” da noi e che noi considereremo come reali.

In conclusione abbiamo un’entità (lo stato quantistico di un elettrone) che è capace di riprodursi (rilasciando copie di se stesso nel resto del mondo fisico) ma le cui copie non sono identiche all’originale (dato che contengono solo una parte di tutta l’informazione sullo stato originario) e nemmeno identiche l’una all’altra (e quindi abbiamo un processo di mutazione). Abbiamo poi un processo di selezione dovuto al fatto che non tutti gli “stati figli” sono egualmente adatti a sopravvivere all’interazione con l’ambiente senza diventare un rumore di fondo impossibile da misurare (l’insieme delle leggi che determinano quali stati possano sopravvievere e quali no è piuttosto complesso e la loro descrizione puntuale esula dalle possibilità di un semplice blog non specialistico, si rimandano quindi gli interessati agli articoli di Zurek ed in particolare alla review recentemente apparsa su Nature Physics). Le condizioni particolari che permettono ad uno stato di sopravvivere o meno abbastanza a lungo da poter interagire col resto dell’universo (diventando in qualche modo uno stato “oggettivo” che descrive le proprietà dell’elettrone stesso) dipendono poi dalla configurazione locale dell’ambiente in un dato momento; dato che questa configurazione cambia in continuazione lo stato dell’elettrone è obbligato ad adattarsi in continuazione alle mutate condizioni producendo nuovi stati figli e assumendo le proprietà dei più adatti alla sopravvivenza. In più esiste anche un meccanismo di competizione per una risorsa fondamentale ma limitata: infatti gli stati quantistici sono definiti dall’informazione che trasportano ma la quantità di informazione che è possibile immagazzinare nell’ambiente è una quantità limitata e quindi gli “stati figli” devono competere l’uno con l’altro per esistere (il perdersi nell’entropia dell’ambiente circostante è, per uno stato quantistico, un po’ l’equivalente della morte). Abbiamo quindi tutti gli ingredienti per fare un parallelo fra l’evoluzione di uno stato quantistico (quando questo sia a contatto con l’ambiente) e l’evoluzione Darwiniana. Ovviamente il parallelo non è del tutto perfetto (nessun parallelo può essere perfetto) ma almeno gli ingredienti fondamentali ci sono tutti.

Clodovendro

37 Responses to “Darwinismo quantistico”


  1. 1 Francesco marzo 16, 2009 alle 9:05 pm

    “[…] se io metto mille volte questo elettrone in queste condizioni lui si comporterà mille volte nello stesso modo.” A quanto pare ad un fisico che voglia interessarsi all’evoluzionismo, magari attraverso un blog, tocca notare che pure qui i buoi danno del cornuto all’asino. Piccolo consiglio: accorciare i post, magari eliminando questi flash folkloristici atti a … a cosa?

  2. 2 clodovendro marzo 17, 2009 alle 8:55 am

    “[…] magari eliminando questi flash folkloristici atti a … a cosa?”
    A cercare disperatamente di spiegare ai non-specialisti alcuni dei punti fondamentali della MQ senza introdurre spazi di Hilbert, autovalori ed operatori di evoluzione unitari?😉

  3. 3 Francesco marzo 17, 2009 alle 9:26 am

    Un po’ come cercare di spiegare l’evoluzionismo biologico senza introdurre DNA, mutazioni e speciazione? Bonne chance! (Comunque sia, personalmente ritengo che quand’anche si facciano degli esempi che vogliano essere semplici, sarebbe buona norma di non farli sbagliati, come nel caso degli elettroni.)

  4. 4 clodovendro marzo 17, 2009 alle 10:06 am

    Vediamo che effetto fa se la mettiamo giù formale:
    Preparo il mio sistema in uno stato |a> e ci applico un operatore di evoluzione unitario U. Dopo un certo tempo t il sistema si troverà in uno stato |b>=U(t)|a>. Se io adesso ripreparo il mio stato nello stesso stato |a> e lo lascio evolvere per lo stesso tempo secondo lo stesso operatore di evoluzione otterrò sempre lo stesso stato finale |b>. |b> poi sarà una combinazione lineare di autostati dell’hamiltoniana del sistema e, quando io andrò a misurarlo, misurerò uno di questi autostati (ciascuno con una certa probabilità). Nondimeno lo stato del mio sistema sarà sempre lo stesso perché, fin quando lo stato di partenza è |a> e l’operatore di evoluzione U, dopo un tempo t il sistema si troverà sempre in |b>, indipendentemente da quante volte io ci riprovi.

    Ok, questo mi pare più formale e corretto. Solo che già il pezzo non è di facilissima lettura, se avessi dovuto mettermi a spiegare da zero il concetto di operatore hamiltoniano e via discorrendo sarebbe venuto fuori un libro, non un post divulgativo su un blog.

    Per un qualche motivo ci sono argomenti più facili da spiegare di altri: tutti hanno sentito parlare di DNA (se non altro alle medie) e quasi nessuno si sconvolge più di tanto se gli parli di un buco nero. Però quando si parla di meccanica quantistica vera e propria (anche di cose semplici come un solo elettrone libero) non è per niente facile essere al tempo stesso comprensibile e corretto. Io non voglio dire di aver fatto un buon lavoro, sono conscio dei limiti del pezzo che ho scritto, ma se qualcuno conosce un modo migliore per spiegare certe cose sarò lieto di imparare🙂

  5. 5 Francesco marzo 17, 2009 alle 10:23 am

    🙂 Sono pedante e inopportuno, I know…
    Secondo me (sempre personalissimamente parlando) il buon vecchio discorso su natura corpuscolare e/o oscillatoria funziona benissimo a livello didattico. Inoltre dopo l’introduzione base del principio d’indeterminazione, basta condire il tutto con un discorso del tipo: “ragazzi miei, la natura per come riusciamo a modellizzarla noi, al nostro meglio, possiamo vederla come obbediente a regole probabilistiche… ma non pensate male, la meccanica classica non e’ certo da buttare, dipende tutto dalle scale… bla bla bla”

    [La cosa dell’elettrone non mi sconfinferava proprio. Risulta fin troppo facile confondere uno stato quantistico con la misura su di esso, quindi, direi, se il linguaggio dev’esser semplice, tanto vale tentare di non inerpicarsi in discorsi troppo complessi.]

  6. 6 Stefano marzo 17, 2009 alle 3:44 pm

    Non penso che spiegare il dualismo ondulatorio/corpuscolare fosse l’obiettivo del post. Piuttosto darei per scontata una minima familiarità con entrambi gli argomenti – mica si può riportare la fisica di Feynman per parlare di MQ quando l’obiettivo è quello di raccontare il darwinismo quantico no? Con buona pace dei fisici teorici. Altrimenti si dovrebbe scrivere un post perfino più lungo di certi pipponi che sciorino io sul mio blog…(è un problema su cui sto lavorando).
    Pur dovendo – per necessità di esposizione divulgativa – smussare gli angoli elettronici e quantistici, mi sembra che il parallelo annunciato qui emerga efficacemente.

  7. 7 fabristol marzo 17, 2009 alle 5:48 pm

    Non è mica facile spiegare argomenti così complicati a profani. Secondo me Clodovendro ha fatto del suo meglio ed è uscito un buon riassunto facilmente leggibile e comprensibile da tutti.

  8. 8 Cachorro Quente marzo 18, 2009 alle 10:49 am

    Secondo me se gli oscurantisti (cattolici e non) fossero più lungimiranti lancerebbero i loro strali su ‘sta roba, non sulle biotecnologie… e io sarei d’accordo, non posso accettare cose al di fuori della mia capacità di comprensione: al rogo! Al rogo!

    Perchè il gatto di Schrodinger o è morto o è vivo, pochi cazzi🙂.

  9. 9 clodovendro marzo 18, 2009 alle 1:02 pm

    @Cachorro: Schrodinger è morto nel ’61. Se anche fosse entrato in possesso di un gatto due minuti prima di nascere questo gatto oggi dovrebbe avere 48 anni. Se ne deduce (anche senza usare la meccanica quantistica) che il gatto di Schrodinger (se mai ve ne è stato uno) è sicuramente morto.
    (ok, la pianto con le goliardate😛 )

  10. 10 raser marzo 18, 2009 alle 8:32 pm

    applicato a livello di specie mi ricorda molto l’equilibrio punteggiato di gould e eldredge

  11. 11 anti-moderno marzo 25, 2009 alle 5:48 am

    Allora aveva ragione quel tizio che diceva: “La scienza al massimo spiega il percome e non il perchè”. Se questo è vero, vi rendete conto che non serve a nulla? Ci rendiamo conto che la sue verità sono sempre parziali? Ci rendiamo conto che abbiamo lavato il cervello di miliardi di persone torturandoli con la grandezza della scienza, quando le sue verità non sono mai definitive? Perchè? Perchè la scienza non sa spiegare cosa sia la vita. Va avanti a tentoni accumulando empirismi. Ma non è accumulando che otterrrai una teoria del vivente, un qualcosa che unifichi tutti queti dati.

  12. 13 anti-moderno marzo 25, 2009 alle 11:45 am

    Anzi direi che la scienza è pericolosa perchè è anti-unitarista.
    Dovete sviluppare un teoria del tutto, ma non ce la farete mai solo continuando ad accumulare dati.

  13. 14 sagredo marzo 26, 2009 alle 9:49 am

    A me le metafore euristiche piacciono. Ovvio che hanno dei limiti ed il paragone fra elettroni e zigoti lascia il tempo che trova.

    Ad esempio, questa frase “Se raccogliessimo più luce non aumenteremmo di molto la nostra conoscenza su quel libro ed anche se ripetessimo la misura mille volte non progrediremmo molto oltre al punto dove siamo arrivati la prima volta.” non spiega perche’ continuiamo a rileggere un articolo o un libro. Ma e’ il limite delle metafore…

    OT: Ne sapete nulla di questo?

    http://uk.news.yahoo.com/18/20090325/twl-egypt-tries-to-hang-up-on-killer-sms-3cd7efd.

    Mi ha fatto scompisciare dal ridere.

  14. 15 hronir marzo 26, 2009 alle 10:34 am

    ti sei persa l’estensione del file nell’url, sagredo, intendevi questo

  15. 16 Maria Cristina Crisci aprile 30, 2009 alle 10:06 pm

    Io sono praticamente profana, non essendo del settore, ma sono informata e giro parecchio. devo dire che questo è uno dei migliori post che ho trovato in rete, sull’argomento. Lascia un’impronta duratura nell’entropia del web :)Grazie Clodovendro. Maria Cristina

  16. 17 clodovendro maggio 1, 2009 alle 9:18 am

    @Maria: grazie, troppo buona🙂

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    Mediamente i fisici non sono troppo interessati alla teoria dell’evoluzione.Con l’avvento della meccanica quantistica il determinismo e’ stato abbandonato in favore di previsioni di tipo probabilistico ma il concetto di fondo e’ rimasto sempre lo stesso e non lascia molto spazio ai meccanismi di selezione tanto cari ai biologi.
    Tuttavia le intuizioni di Darwin trovano una loro collocazione anche nella meccanica quantistica.La meccanica quantista e’ una teoria che descrive il comportamento dei corpi molto piccoli.Mentre se lasciamo cadere un sasso esso avra’ traiettoria e velocita definite, lo stesso, invece, non accadra con un elettrone che si trovera in una sovrapposizione di stati che sono tutt le possibil region di spazio che puo percorrere.
    Ogni volta che l’elettrone interagisce con l’ambiente segue una sola fra le moltitudini di stati possibili. Qui entra in gioco il Darwinismo quantistico utilizzato da alcuni fisici, con un po di fantasia, per mettere in relazione la meccanica quantistica con la teoria dell’evoluzione e per cercare di spiegare un concetto di per se complicato. L’elettron parte da uno stato iniziale.Questo stato interagisce con l’ambiente e vi lascia varie impronte cosi che si produce una grande quantita di stadi fisici nn uguali tra loro ( questo ci rimanda alla riproduzione e alla mutazion di cui parla darwin)
    Di questi vari stati fisici molti nn sono in grado di lasciare un’ impronta sull’ambiente diventando semplicemente un rumore di fondo. Soltant una frazione molto piccol riesc a sopravviver e devo continuar ad adattarsi all’ambiente ( selezione naturale e lotta per la sopravvivenza)
    Per concluder il discors sull’elettrone il principio di indeterminazione stabilisce k nn e’ possibile conoscere con procesione dove si trova un elettrone tanto che dal punto di vista chimico e’ stato introdotto il concetto di orbitale che e’ la regione di spazio dove e’ massima la probabilita di trovare un elettrone.

  23. 24 davide giugno 15, 2013 alle 10:42 pm

    Salve volevo chiederle una cosa in merito a questa discussione. Ne sono rimasto molto colpito e vorrei farne oggetto della mia tesina per il diploma solo che ho paura di non avere capito bene tutto o di aver fatt una rielaborazion sbagliata. A tal proposito vorrei farle legger la mia tesina k parla appunto di darwin e questa dovrebb essere la parte sulla fisica:Mediamente i fisici non sono troppo interessati alla teoria dell’evoluzione.Con l’avvento della meccanica quantistica il determinismo e’ stato abbandonato in favore di previsioni di tipo probabilistico ma il concetto di fondo e’ rimasto sempre lo stesso e non lascia molto spazio ai meccanismi di selezione tanto cari ai biologi.Tuttavia le intuizioni di Darwin trovano una loro collocazione anche nella meccanica quantistica.La meccanica quantista e’ una teoria che descrive il comportamento dei corpi molto piccoli.Mentre se lasciamo cadere un sasso esso avra’ traiettoria e velocita definite, lo stesso, invece, non accadra con un elettrone che si trovera in una sovrapposizione di stati che sono tutt le possibil region di spazio che puo percorrere.Ogni volta che l’elettrone interagisce con l’ambiente segue una sola fra le moltitudini di stati possibili. Qui entra in gioco il Darwinismo quantistico utilizzato da alcuni fisici, con un po di fantasia, per mettere in relazione la meccanica quantistica con la teoria dell’evoluzione e per cercare di spiegare un concetto di per se complicato. L’elettron parte da uno stato iniziale.Questo stato interagisce con l’ambiente e vi lascia varie impronte cosi che si produce una grande quantita di stadi fisici nn uguali tra loro ( questo ci rimanda alla riproduzione e alla mutazion di cui parla darwin)Di questi vari stati fisici molti nn sono in grado di lasciare un’ impronta sull’ambiente diventando semplicemente un rumore di fondo. Soltant una frazione molto piccol riesc a sopravviver e devo continuar ad adattarsi all’ambiente ( selezione naturale e lotta per la sopravvivenza)Per concluder il discors sull’elettrone il principio di indeterminazione stabilisce k nn e’ possibile conoscere con procesione dove si trova un elettrone tanto che dal punto di vista chimico e’ stato introdotto il concetto di orbitale che e’ la regione di spazio dove e’ massima la probabilita di trovare un elettrone.

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