L’Apocalisse può attendere

419px-the_four_horseman_of_the_apocalypseNel 1859, l’anno in cui venne pubblicato L’Origine della specie, su uno dei libri più diffusi nelle scuole inglesi si potevano leggere frasi come questa: “Ci pensi che bello, zia Helen? Ieri lo zio Henry era a Parigi e sarà a casa oggi. Non è meraviglioso? Ma come faceva l’uomo prima che inventassero il treno?”

Il libro, che non a caso si intitolava Il trionfo del vapore, altro non era che una celebrazione, ad uso delle giovani generazioni, del progresso, un’idea che, elaborata nel corso dell’Illuminismo, stava trovando la sua concreta realizzazione attraverso le innovazioni tecnologiche. Progresso ed Evoluzionismo furono due dei pilastri sui quali la nascente società industriale ottocentesca costruì il proprio sistema di valori e le proprie fortune. L’evoluzionismo fu una rivoluzione filosofica ancor prima che scientifica. L’Origine della specie forniva infatti – ed era la prima volta – una visione del mondo completa, coerente ma soprattutto alternativa a quella proposta dalla Bibbia.

Di fronte all’idea di una graduale evoluzione delle specie, la fede nella Genesi così come veniva raccontata nelle sacre scritture vacillava. Lo stesso valeva per il Giudizio universale, che perdeva di consistenza di fronte alla prospettiva di una prosecuzione – indefinita – dell’evoluzione stessa. Sulla scia di Galileo e di Copernico, Darwin, come avrebbe poi fatto all’inizio del ‘900 Einstein, contribuì a relativizzare la condizione umana, mettendone a nudo la fragilità di fronte alle leggi di natura e a quelle del tempo.

Eppure, in un passato anche recente la principale preoccupazione di storici e scienziati era stata quella di conciliare i contenuti dei loro studi e delle loro teorie con le Sacre scritture. Tipi come il geologo scozzese James Hutton, che sul finire del Settecento aveva osato affermare che non era possibile che il mondo avesse appena 5-6.000 anni come sostenevano gli studi biblici, continuavano ad essere considerati dei veri e propri eretici. Ancora all’inizio dell’Ottocento Georges Cuvier, cristiano devoto, tentò una sorta di mediazione inserendo il Diluvio universale all’interno della sua teoria delle catastrofi cicliche e affermando che quello a cui era scampato Noé era l’ultimo di una serie di disastri susseguitisi sul nostro pianeta. A Cuvier fece eco l’inglese William Buckland, anglicano osservante, il quale, traendo spunto dai ritrovamenti di fossili di animali estinti giunse alla medesima conclusione. Qualche tempo dopo, nel 1829, l’americano Clinton si spinse addirittura oltre prendendosi la briga di calcolare con precisione l’anno della Creazione (il 4138 a.C.). In uno studio storico in più volumi sulla storia della civiltà (nel quale trovò il tempo di calcolare con esattezza la capacità dell’Arca di Noé), l’italiano Cantù fornì la propria versione, asserendo invece che l’umanità era vecchia di 7-8.000 anni. E a poco valsero le obiezioni di geologi come Charles Lyell (che non a caso ebbe una forte una forte influenza sul giovane Darwin) che invece sostenevano la gradualità del mutamento della crosta terrestre, avvertendo che la datazione delle rocce erano assai più antica di qualche migliaio di anni.apocalisse

In storia, la rivoluzione darwiniana fu favorita, ironia del destino, da un non evoluzionista. Che a dire il vero non era né uno storico, né un archeologo, né uno scienziato, almeno in senso stretto. Jacques Boucher de Crèvecoeur de Perthes di mestiere faceva infatti il funzionario della dogana di Abbeville ma si dilettava, da erudito, di antiquaria, di storia, di archeologia e altre antichità.

Boucher de Perthes era convinto, come già Voltaire e altri illuministi, che l’uomo esistesse da tempi immemorabili e che la storia seguisse un andamento ciclico, scandito da altrettanto ricorrenti catastrofi naturali. Dai suoi scavi intorno al bacino della Somme e dalle sue minuziose catalogazioni di fossili, reperti e manufatti umani, ricavò uno studio in tre tomi (pubblicati in poco più di un ventennio tra gli anni ’40 e ’60) che intitolò Antichità celtiche e antidiluviane. Nonostante Boucher sostenesse il contrario, i libri non provavano affatto il succedersi ciclico di età dell’oro e la loro successiva decadenza e distruzione. Provavano però, indirettamente, che ciò che Darwin sosteneva era vero: che reperti umani si trovavano accanto a resti di animali estinti in epoche considerate “antidiluviane”. E soprattutto che nel corso di migliaia, di decine di migliaia di anni c’era stata una sola, faticosa ma costante, marcia ascendente dell’umanità.

A partire dalla metà dell’Ottocento, l’affermarsi dell’evoluzionismo – nonostante le feroci resistenze di coloro che ancora si attenevano al testo biblico – provocò un vero e proprio terremoto culturale che, assieme all’idea del Diluvio Universale, cambiò forse definitivamente la concezione stessa dell’Apocalisse. L’evoluzionismo faceva del presente solo un momento di passaggio di un percorso di centinaia, forse migliaia di secoli. L’idea di una fine del mondo imminente, incombente e soprattutto immediata, concepita secondo gli schemi dei libri sacri del cristianesimo cominciò a sgretolarsi. Questo avvenne – sia chiaro – assai lentamente: rimenando a lungo appannaggio dei ristretti circoli scientifici, culturali e letterari e passando solo gradatamente, e in tempi successivi, nell’immaginario collettivo. L’idea della fine del mondo non sparì, ma cambiò e si dilatò nel tempo. L’Apocalisse non sarebbe avvenuta nei modi previsti dalla Bibbia ma in seguito ad eventi naturali. E, soprattutto, sarebbe molto probabilmente giunta in epoche lontane, talmente distanti nel tempo da avvenire dopo l’estinzione dell’umanità. Magari quando, come aveva teorizzato in quegli stessi anni William Thomson, futuro Lord Kelvin, con la seconda legge della termodinamica (in base alla quale, per inciso, si attribuiva al nostro pianeta perlomeno 20 milioni di anni) la Terra sarebbe divenuta un ammasso di rocce inerti nello spazio cosmico.

TauZero

4 Responses to “L’Apocalisse può attendere”


  1. 1 fabristol gennaio 26, 2009 alle 12:12 pm

    Sai che il tuo post mi ha fatto pensare a dei risvolti curiosi?
    Darwin e il suo evoluzionismo forse rappresentano una singolarita’ irripetibile nella storia umana, perche’ solo in certe condizioni ambientali, cutlurali, politiche Darwin avrebbe potuto scrivere quello che ha scritto. L’inghilterra Vittoriana era il palcoscenico perfetto. Insomma in un universo ucronico se la REgina Vittoria non fosse mai nata, forse Darwin non esisterebbe e non staremmo qui a parlarne.

    Poi non avevo mai pensato al darwinismo come ad una sorta di ansiolitico sociale. Il futuro non e’ scritto, l’umanita’ e la sua evoluzione non hanno fini ultimi, l’apocalisse se arrivera’ sara’ o per eventi naturali (e alcuni di questi potrebbero essere evitati) o per nostra incuria.

  2. 2 juhan gennaio 26, 2009 alle 2:58 pm

    Se Darwin nasceva a Roma un po’ prima magari faceva la fine di Giordano Bruno.
    Ma qualcuno pensa che si possa ancora rimediare: l’evoluzione è solo una teoria e i campi di sterminio …

  3. 3 tauzero gennaio 26, 2009 alle 3:10 pm

    Il successo di una idea è in effetti dato anche dal “clima” nel quale questa matura e poi si inserisce. E l’Europa del secondo ottocento e in particolare l’Inghilterra vittoriana, permeate dalla fiducia nel progresso, rappresentarono il contesto ideale perché il darwinismo avesse successo e si affermasse.

    La visione sostanzialmente positiva ed ottimistica del futuro – una visione che si sarebbe gradatamente incrinata a partire dagli ultimi decenni dell’Ottocento, si sposava alla perfezione con l’idea di una evoluzione indefinita nel tempo. Per giunta, la nuova concezione dell’Apocalisse che questa visione del mondo comportava (anche se non bisogna dimenticare che molti continuarono a credere a quanto dicono le sacre scritture) rendeva per certi versi l’uomo pienamente padrone del suo destino, persino di quello ultimo.


  1. 1 Darwin e i cavalieri dell’Apocalisse : Giannisilei.it Trackback su gennaio 26, 2009 alle 3:15 pm

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