Bilanci energetici delle centrali nucleari

Si è di recente riacceso il dibattito sull’opportunità di procedere alla costruzione di nuove centrali nucleari in Italia per la produzione di energia elettrica, così da ridurre l’importazione dall’estero, la dipendenza dai combustibili fossili ed anche – si spera – ridurre il costo all’utente dell’elettricità.

Sono state sollevate molte obiezioni all’idea di nuove centrali nucleari; più che altro le questioni di sicurezza e la questione della reale convenienza economica/energetica di queste centrali.

Sulla sicurezza, per il momento mi limito a constatare che il disastro di Chernobyl è stato un evento più unico che raro, causato dalla gestone dissennata di un reattore molto carente dal punto di vista della sicurezza. Non è quindi un termine di paragone valido per i reattori impiegati in Europa ed altre parti del mondo.

Qui mi concentrerò sul problema del bilancio di energia per le centrali nucleari. La fissione nucleare dell’uranio permette di ottenere un’enorme quantità di energia da una piccola quantità di combustibile; tuttavia c’è anche da considerare l’energia spesa per produrre il combustibile, costruire le centrali e farle funzionare; quindi smaltire le scorie e demolire i reattori alla fine del loro ciclo di vita.

Calcolare esattamente questi bilanci non è per niente facile, ma ci sono disponibili liberamente via Internet almeno due rapporti che tentano di compilare un bilancio energetico delle centrali nucleari.

Il primo è Nuclear power – the energy balance di Jan Willem Storm van Leeuwen (in seguito abbreviato come Rapporto Storm)

Il secondo è Energy Analysis of Power Systems curato dalla World Nuclear Association (in seguito abbreviato come Rapporto WNA)

Per iniziare, una parola sui curatori. Si può essere tentati – come fa lo stesso Storm – di ritenere che organizzazioni come la WNA abbiano un proprio interesse a promuovere l’energia nucleare e siano quandi inaffidabili. Tuttavia, lo stesso Rapporto Storm è stato inizialmente commissionato dai partiti Verdi del Parlamento Europeo – gruppi che hanno una ben nota piega ideologica. Per cui, ci sono motivi validi per impugnare l’onestà dei curatori di entrambi i rapporti. Ma visto che le discussioni sull’onestà degli autori sono in genere poco produttive, preferisco evitarle se non ci sono prove concrete di disonestà.

Quindi, veniamo al sodo, ed ai numeri presentati nei due rapporti.

Il Rapporto Storm preferisce convertire i consumi energetici in emissioni di CO2, ed arriva alla conclusione che nel caso peggiore le emissioni (di CO2) di una centrale nucleare siano più o meno pari a quelle di un impianto turbogas di pari potenza. Il caso peggiore si verifica con il minerale di uranio costituito da una roccia dura a basso tenore di metallo; nel caso di minerali teneri ad alto tenore invece le emissioni di una centrale nucleare scendono al 30-50% rispetto ad una turbogas.

Secondo il Rapporto WNA, invece, le emissioni di una centrale nucleare ammontano a pochi punti percentuali di quelle di una turbogas anche nel caso peggiore, e le cose vanno anche meglio in rapporto alle centrali a carbone.

L’impressione che mi sono fatto dai due rapporti è che Storm consideri il caso peggiore (worst case scenario) per i consumi energetici, la vita degli impianti, l’efficienza eccetera; la WNA invece considera il caso migliore (best case scenario) per i parametri indicati. Le situazioni reali per la maggior pare si troveranno in un punto fra questi estremi (probabilmente, più vicino al caso migliore).

Dove il Rapporto Storm sembra più debole è nel capitolo dedicato alle riserve di uranio: a parte le stime dei costi di lavorazione dei minerali a basso tenore, esso non considera il fatto che l’esplorazione mineraria per l’uranio è ancora agli inizi: l’esempio del petrolio, con la costante stima al rialzo delle riserve disponibili, dovrebbe insegnare qualcosa.

Per finire, e forse per introdurre nuovi argomenti, ecco una dettagliata analisi – in italiano – dei costi dell’energia elettrica fotovoltaica.

Fabster

14 Responses to “Bilanci energetici delle centrali nucleari”


  1. 1 Lopo giugno 13, 2008 alle 1:31 pm

    Sul sito di ASPOItalia ci sono anche diversi documenti che analizzano la produzione energetica nucleare da vari punti di vista, non solo riguardo ai costi economici o energetici.

  2. 2 Aabo giugno 13, 2008 alle 5:12 pm

    per quanto riguarda le stime delle riserve di uranio in italia siamo gia avanti, essendo stato sondato il terreno alla fine degli anni settanta, prima del referendum stop al nucleare. E per chi non lo sapesse, in italia in Val Vedello (provincia di Sondrio) c’e’ il secondo giacimento di uranio piu’ grande in europa.

    L’unica cosa che mi lascia perplesso su questo ritorno del nucleare e’ che nessuno si rende conto che e’ cmq una soluzione tampone, in attesa di trovare una soluzione alternativa piu’ pulita.. invece tutti ne parlano come “la soluzione definitiva”.

  3. 3 tfrab giugno 13, 2008 alle 11:36 pm

    Da un certo punto di vista tutte le soluzioni sono tampone, in attesa che la tecnologia sviluppi qualcosa di meglio.

    Di sicuro sul nucleare c’è, al solito, tanta ideologia e poca attenzione ai fatti. Alla fine nel mix energetico un po’ di nucleare ci farebbe comodo, eccome, ma c’è il problema delle scorie. Non tanto dal punto di vista tecnico, quanto da quello politico. Guardate l’incapacità della nostra politica nel gestire il sacchetto della spazzatura di casa vostra. Applicate la stessa incapacità alle scorie nucleari…

    Sulle alternative sarei curioso di leggere un intervento del buon CarlettoDarwin, che mi sembra piuttosto convinto della bontà dell’eolico. Da parte mia, per quel poco che ne so, ho sentito molte critiche riguardo l’inaffidabilità del vento, che può smettere di soffiare all’improvviso.

    A che punto sono i tedeschi nell’affrontare il problema?

  4. 4 fabristol giugno 14, 2008 alle 9:55 am

    L’Italia potrebbe tranquilllamente utilizzare le energie alternative come eolico, solare, maree, idroelettrico e geotermico ma gli stessi che bloccano il nucleare sono gli stessi che bloccano le energie alternative!
    Che cosa dobbiamo fare? L’energia non piove dal cielo, bisogna pur produrla in qualche modo. E l’estetica (per esempio la solita storia che le pale eoliche sono antiestetiche, come se la natura fosse un critico d’arte!!) non è un fattore da considerare.
    Siete mai stati in Danimarca o nel sud della Svezia? Le pale eoliche sono dappertutto e nessuno ha mai protestato.
    Quindi in definitiva è un problema ideologico, politico, della sfera dell’irrazionale che contamina quella razionale: possiamo fare mille post sui bilanci energetici, su cosa sia meglio dal punto di vista delle emissioni di CO2, ma questo non cambia ssolutamente nulla: perché le masse ragionano con la pancia!!

  5. 5 Lopo giugno 14, 2008 alle 6:58 pm

    Beh, rifugiarsi in uno slogan come “gli stessi che bloccano il nucleare sono gli stessi che bloccano le energie alternative”, tagliando con l’accetta posizioni variegate espressi da soggetti che vanno dai movimenti spontanei di cittadini ad associazioni di studiosi e persone competenti, non mi pare un modo obiettivo e anideologico di ragionare, francamente.

  6. 6 fabristol giugno 15, 2008 alle 10:18 am

    “non mi pare un modo obiettivo e anideologico di ragionare, francamente.”

    Ehhhhh non avevo voglia di scrivere un romanzo per spiegare le posizioni di ognuno..😉

  7. 7 fabster2 giugno 16, 2008 alle 7:17 am

    Certamente ci vuole un mix di fonti energetiche; trovo anche molto interessante l’idea della generazione distribuita – nella quale si avrebbero molte centrali (di vario tipo) di potenza ridotta rispetto ai pochi grandi impianti.

    fabristol,

    Sono scettico sulla possibilità che le fonti alternative possano coprire una quota significativa dei consumi italiani. E pure le fonti alternative hanno un impatto ambientale che va ben oltre la dubbi estetica dei generatori eolici. Ma ora non ho tempo per approfondire questa discussione; ho commissioni da sbrigare.

    E’ vero che le masse “ragionano con la pancia”, ma se nemmeno si comincia a fare informazione come si deve, e tentare di fornire un’educazione di buon livello, non si va da nessuna parte.

  8. 8 den giugno 17, 2008 alle 3:50 pm

    Nei due suddetti studi non ho trovato valutazioni su una esternalità che in clima di terrorismo internazionale è tutt’altro che trascurabile: il costi della sicurezza da attacchi di tutta la filiera, ed il relativo fondo in caso di attacco comunque riuscito. Vogliamo stimare i danni se minando un ponte sul Po riuscissero a riversarvi un carico di scorie? Il fatto che questi calcoli siano ardui non significa che si possano trascurare.

    Inoltre, è necessaria una valutazione non tanto sulla convenzienza assoluta del nucleare, quanto piuttosto: ammesso convenga, meglio mettere in porto la cosa da noi (senza esperienza e senza infrastrutture), oppure investire/partecipare/acquistare dall’estero, in particolare nazioni come la Francia, con buone economie di scala su questa tecnologia?

    Niente stabilisce che l’energia vada prodotta in casa: siamo in libero mercato, e acquistarla da un altro Stato europeo non sarebbe in alcun modo drammatico – specie appunto se le centrali fossero in copartecipazione.

    Quanto alla disponibilità di combustibile, niente dice che le stime sulle riserve siano destinate ad aumentare, così come è una leggenda che le stime su quelle petrolifere aumentino di continuo: i dati seri, valutati per classi di costo di estrazione, sono stabili già da tempo.

    La disponibilità di uranio da noi è comunque molto limitata, e credo che tutti convengono sulla criticità e delicatezza di simili estrazioni sul nostro territorio.

    In ogni caso, la prima remora doverosa è sociopolitica: in una Nazione che non è in grado di smaltire i rifiuti standard, che ha intere regioni disseminate di discariche tossiche clandestine, che per cercare di rimediare mette tutto sotto controllo militare e blocca le verifiche delle autorità sanitarie, che non ha ancora trovato dove stoccare le scorie delle centrali nucleari chiuse venti anni fa… in queste Nazione, la nostra, in cui le infrastrutture costruite nell’emergenza vengono spesso sequestrate per gravissime mancanze(*), esiste davvero una ragionevole opportunità di impiantare tali tecnologie?

    (*) Recente caso emblematico: la Palermo-Messina, inaugurata in pompa magna da Berlusconi, salvo poi scoprire che:
    http://www.repubblica.it/2006/08/sezioni/cronaca/autostrada-berlusconi/autostrada-berlusconi/autostrada-berlusconi.html
    e che:
    http://castelbuono.org/2008/02/27/calcestruzzi-tra-i-sequestri-ce-anche-la-cozzo-minneria/

  9. 9 fabster2 giugno 17, 2008 alle 9:35 pm

    den –

    Nei due suddetti studi non ho trovato valutazioni su una esternalità che in clima di terrorismo internazionale è tutt’altro che trascurabile: il costi della sicurezza da attacchi di tutta la filiera, ed il relativo fondo in caso di attacco comunque riuscito. Vogliamo stimare i danni se minando un ponte sul Po riuscissero a riversarvi un carico di scorie? Il fatto che questi calcoli siano ardui non significa che si possano trascurare.

    I materiali fissili sono stati sottoposti ad un controllo abbastanza stretto fin dall’inizio del loro uso, quindi mi sembra che i costi della sicurezza siano già considerati fra i costi operativi. Anche le centrali nucleari non sono esattamente aperte al pubblico, e da molto tempo. Se poi qualcuno facesse precipitare un contenitore per il trasporto di scorie nel Po, otterrebbe… nulla, visto che quesi contenitori sono fatti per resistere a sollecitazioni enormi.

    Inoltre, è necessaria una valutazione non tanto sulla convenzienza assoluta del nucleare, quanto piuttosto: ammesso convenga, meglio mettere in porto la cosa da noi (senza esperienza e senza infrastrutture), oppure investire/partecipare/acquistare dall’estero, in particolare nazioni come la Francia, con buone economie di scala su questa tecnologia?

    Niente stabilisce che l’energia vada prodotta in casa: siamo in libero mercato, e acquistarla da un altro Stato europeo non sarebbe in alcun modo drammatico – specie appunto se le centrali fossero in copartecipazione.

    L’indipendenza energetica è una delle ragioni per la re-introduzione delle centrali nucleari in Italia; quelle situate all’estero (anche se in copatecipazione) sono comunque meno controllabili.

    Quanto alla disponibilità di combustibile, niente dice che le stime sulle riserve siano destinate ad aumentare, così come è una leggenda che le stime su quelle petrolifere aumentino di continuo: i dati seri, valutati per classi di costo di estrazione, sono stabili già da tempo.

    Ce lo dice il fatto che l’esplorazione mineraria per l’uranio sia stata finora non molto estesa: una discussione più approfondita è in questo documento della WNA.
    La question delle riserve petrolifere è interessante: quali sono le fonti di questi dati?

    La disponibilità di uranio da noi è comunque molto limitata, e credo che tutti convengono sulla criticità e delicatezza di simili estrazioni sul nostro territorio.

    Non capisco… in territorio altrui l’estrazione di uranio è un processo meno critico e delicato?

    In ogni caso, la prima remora doverosa è sociopolitica: in una Nazione che non è in grado di smaltire i rifiuti standard, che ha intere regioni disseminate di discariche tossiche clandestine, che per cercare di rimediare mette tutto sotto controllo militare e blocca le verifiche delle autorità sanitarie, che non ha ancora trovato dove stoccare le scorie delle centrali nucleari chiuse venti anni fa… in queste Nazione, la nostra, in cui le infrastrutture costruite nell’emergenza vengono spesso sequestrate per gravissime mancanze(*), esiste davvero una ragionevole opportunità di impiantare tali tecnologie?

    Questo mi sembra francamente disfattista, e pure ignora tutte quelle cose che in Italia funzionano bene.

  10. 10 Den giugno 18, 2008 alle 12:39 pm

    Circa il trasporto delle scorie, queste le specifiche dei cask:

    http://en.wikipedia.org/wiki/Spent_nuclear_fuel_shipping_cask

    Da notare che il caso di attentato su un ponte somma più condizioni fuori test: ad esempio caduta da oltre 15 m (altezza dei ponti sul Po) su superficie ostile (i piloni o le putrelle crollate), e persistenza in acqua corrente per tempi tutti da definirsi (il recupero non sarebbe certo immediato). Questo non significa che non sia possibile proteggere tali trasporti, quanto che il supporrli sicuri a priori è il tipico ottimismo semplicista da eventi mai accaduti. La realtà è che i cask *non* sono studiati per resistere ad attacchi – ad esempio, non sono certo antirazzo – ma solo agli incidenti più verosimili, da cui è indispensabile una protezione logistica oltre alle scorte private. Si tatta cioè di investigazione e sorveglianza da parte dei servizi segreti e supporto da parte militare, ovvero esternalità non trascurabili.

    Che l’indipendenza energetica è presa come vessillo per la crociata nucleare è noto; i punti sono piuttosto:
    1) sarebbe vera indipendenza?
    2) è necessaria tale indipendenza?

    Sul primo, il fatto che ad oggi non ci siano in Italia nè miniere d’uranio nè tutta la seguente filiera del combustibili, fa rispondere di no perlomeno sul breve termine. Inoltre, la potenziale disponibilità in loco è ancora tutta da valutarsi, si è solo a livello di ipotesi. Infine, rodurre un 20% di energia non modulabile non servirebbe ai fini dell’indipendenza, lasciandoci comunque esposti ai rischi di picchi di carico o incidenti sulle linee internazionali. Sul mito dell’indipendenza energetica tramite nucleare, interessante questo confronto con la Francia:
    http://www.aspoitalia.net/images/stories/saraceno/nucleare_mito-realta.pdf

    Sul secondo, tolto per quanto sopra l’aspetto di avere sicurezza nella disponibilità, non ho ancora sentito ragioni valide circa tale necessità. Certo, non dipendere da remote regioni e governi barcollanti darebbe più sicurezza, ma è questo il caso della Francia? Sinceramente a me preoccupa più la nostra totale dipendenza in fatto di tecnologia avanzata, piuttosto che dalle commodity.

    Quello che importa ora è il costo netto dell’energia elettrica, tutto compreso. Se la porzione fissa e continua di origine nucleare dovesse costare meno (cosa probabile, ma certamente da studiare bene) ed essere pronta prima (cosa certa) partecipando a centrali francesi, non ci sarebbe ragione per costruire da noi – contando che la maggiore richiesta energetica è da parte delle industrie del nord. E proprio non c’entra il “più controllabili”: un Paese con ampia esperienza in materia è molto più preparato ad affrontare le emergenze e trattare i problemi quotidiani rispetto ad uno che sull’argomento è fermo da vent’anni. E non stiamo parlando del Burundi, ma di uno Stato con le stesse nostre norme e preoccupazioni in materia di sicurezza.

    Riguardo all’estrazione dell’uranio, una cosa è una miniera in zone disabitate di paesi scarsamenti popolati, un’altra in valli a monte di zone altamente abitate. Sui rischi ambientali collegati all’estrazione, vedere qui: http://www-pub.iaea.org/MTCD/publications/PDF/Pub1228_web.pdf
    Rimando in particolare alla pagina 41, in cui si parla del caso Portoghese – simile a quello che sarebbe da noi Novazza.

    Parlando comunque di disponibilità, prima della teorica discussione su quanto ne resta di comodamente estraibile in natura, bisogna valutare nel periodo venturo quale sarà la disponibilità sul mercato. Su questo la IAEA non è molto ottimista; la parte a monte dell’industria nucleare è stagnante e a quanto si stima sino al 2020 ci sarà una domanda superiore all’offerta: http://www-pub.iaea.org/MTCD/publications/PubDetails.asp?pubId=7295

    In ogni caso, quanto riportato dai documenti della World Nuclear Association è quantomeno da mediare con quanto riportano gli oppositori, trattandosi di associazione assolutamente di parte – basti vedere che definiscono l’impatto ambientale dell’estrazione analogo a quelli di qualsiasi altro minerale.

    Le accuse di “disfattismo” fanno un po’ sorridere, riportando a tempi in cui dello stesso si tacciavano i non interventisti. Io ho semplicemente fatto notare la situazione incancrenita del nostro Paese circa il trattamento dei rifiuti, a partire dal non aver ancora stoccato le scorie di venti anni fa, e circa i risultati a cui pervengono interventi in emergenza in campo di infrastrutture.

    Chiedere perlomeno un segnale positivo in questi fatti prima di avventurarci in una industria pericolosissima se non realizzata e manutenuta alla perfezione mi sembra più che razionale. Sui tempi di entrata in produzione di una centrale sei mesi sono poca cosa: vediamo allora se nel frattampo le emergenze saremo in grado di sistemarle; se sì, si può potrà parlare di andare oltre, altrimenti direi proprio di no.

    Quanto alle riserve petrolifere che aumenterebbero di continuo, mi permetto una digressione.

    Questo è l’andamento negli ultimi venticinque riportato dalla EIA:
    http://www.eia.doe.gov/pub/international/iealf/crudeoilreserves.xls

    Una lettura superficiale porterebbe a dire “vedi? dal 1980 al 2006 sono raddoppiate, il petrolio non finirà mai!”. Ma sarebbe, appunto, superficiale. Basta iniziare ad addentrarsi nelle note per scoprire che:

    1) Un balzo in avanti del 20% è dovuto all’iniziare a computare, da parte del Canada, delle sabbie bituminose come riserve petrolifere. Si dà però il caso che l’EROEI di queste formazioni è pochissimo sopra ad uno e che a tale estrazione si sta iniziando solo perchè l’energia richiesta è ottenuta dal metano – ovvero: lo si può vedere come un modo economicamente efficace per “trasformare” metano in petrolio, ma in sè non è una vera riserva.

    2) I dati relativi ai giacimenti fuori dagli USA *non* sono sotto controllo delle EIA, ovvero dicono esplicitamente di riportare senza alcuna garanzia le stime date dai singoli Stati. Ora, è noto che il potere geopolitico (e anche la disponibilità della BIRS a fornire prestiti) è proporzionale alla disponibilità di riserve petrolifiche, così guardacaso, nonostante non siano più stati scoperti nuovi giacimenti davvero significativi, si nota che:
    – nel 1990 (in concomitanza con la guerra in kuwait, che coincidenza) l’Arabia Saudita ha aumentato del 50% le proprie stime;
    – dal 2005 la Libia ha aumentato le proprie stime del 50%;
    – nel 1988 il Venezuala raddoppiò le proprie stime, in concomitanza con l’elezione di quel Pérez che puntò la campagna elettorale sull’arricchire la popolazione grazie al petrlio;
    – in Kuwait dal 1985 le stime sono quasi raddoppiate. Nel 2006 però è uscito un rapporto che segnalava come nei fatti all’anno fossero la metà di quanto affermato ufficialmente: http://today.reuters.com/news/articlebusiness.aspx?type=tnBusinessNews&storyID=nL20548125&imageid=&cap&from=business

    Questi sono alcuni casi emblematici del problema del sovrastimare per ragioni politiche. Ci sono poi ragioni economiche, ovvero interesse a sovrastimare da parte delle compagnie petrolifere. Alle cronache ad esempio è arrivato questo caso della SHELL:
    http://www.guardian.co.uk/business/2004/apr/20/oilandpetrol.news1

    3) Le stime riguardano le riserve note, e nessun analista ha mai sostenuto che non sarebbero aumentate: portare i dati crudi come prova che i geologi sono incapaci catastrofisti è una falsità. Quello che si è sempre fatto notare (e che i dati oggi dimostrano) è che gli ultimi giacimenti importanti sono stati probabilmente scoperti negli anni ’70.

    In sunto: scorporato sia il petrolio non convenzionale (o difficilmente estraibile) sia le stime gonfiate, si ha che la crescita delle riserve provate segue il trend già noto da trent’anni, ovvero che a fronte di investimenti in ricerca sempre maggiori si scopre sempre meno, tanto che l’aumento di domanda è molto superiore rispetto all’aumento di disponibilità.

    Ah, visto che era stato citato l’ASPO sui costi del fotovoltaico, riporto anche la notizia di oggi sulla produzione elettronucleare mondiale:
    http://aspoitalia.blogspot.com/2008/06/cala-la-produzione-di-energia-elettrica.html

    …e il loro rapporto sul nucleare stesso:
    http://www.aspoitalia.net/images/stories/ugo/aspoitalianucleare.pdf

    Insomma… in tutto il mondo, gli unici Paese senza nucleare che vogliono introdurlo sono l’Iran e l’Italia. Il perchè della prima lo sappiamo… della seconda, qual’è?

  11. 11 Booster dicembre 14, 2008 alle 5:05 am

    Spero si parli di bisogni energetici nazionali. Le centrali nucleari sono l’unica vera alternativa attuale alla combustione di mat. fossile. L’eolico e il solare sono inaffidabili, ma si possono usare come coadiuvanti. Che il petrolio finisca non può esserci dubbio. Col nucleare si possono usare le centrali autofertilizzanti. Capisco che ci possano essere difficoltà, ma i problemi si affrontano e si risolvono. Che l’Italia sia un paese anche di pasticcioni, criminali, spettatori di “Grande fratello” non toglie che siamo un popolo che vive in un paese senza risorse e che è la quinta potenza mondiale. Scusa se è poco. Possiamo, dobbiamo e vogliamo gestire l’energia nucleare! Le stupidate alla Travaglino non hanno fondamento scentifico.

  12. 12 Giuliano gennaio 27, 2009 alle 12:53 pm

    Penso che facendo analisi comparative di questo genere, se il loro scopo è capire quale tecnologia sia conveniente ed in quale proporzione usarla, sia riduttivo e fuorviante non includere aspetti come le scorie ed i costi di stoccaggio e soprattutto stimare un costo per il rischio. Visto che tutto finisce per essere convertito in denaro (a volte diventa inevitabile) allora chiediamo se qualcuno è pronto ad assicurare uno stato sul rischio derivante dalla gestione e stoccaggio di scorie nucleare per gli intervalli di tempo 300 anni e 10000 anni, che sono i tempi di decadimento delle due tipologie di rifiuto da centrale nucleare.Includendo anche questi dati avremo una analisi più sincera. Ricordo che l’Italia per la sola quantità di combustibile che tiene a spasso nei vari paesi europei per farlo trattare ed in attesa della costruzione di un deposito italiano ha speso decine di miliardi di euro dagli anni 60 ad oggi. L’america per un deposito definitivo ancora in costruzione ha compiuto studi per 25 anni e speso cifre astronomiche. Sarebbe inoltre interessante stimare il costo di bonifica delle cosiddette “città chiuse” russe e metterle a conto.
    Quello che credo venga ignorato, perchè fuori dalla portata del singolo umano, è che un inquinamto di tipo chimico rappresenta un problema per decine di anni, l’inquinamento radioattivo circa 10000 anni, allora quando si parla di costi devono essere moltiplicati per questi intervalli temporali e tirare la somma. Banalizzando, il conto potreppe essere, con il gas o carbone o con il nucleare produrre tot mi costa tot ed ho un problema di rifiuti che mi costa tot per tot anni
    Non escludo che il nucleare possa rimanere, alla fine di una analisi del genere, conveniente, ma lo sarebbe sensibilmente meno, tanto da poter pensare che non ne vale la pena.

  13. 13 FabioC. maggio 12, 2009 alle 9:53 pm

    Diecimila anni sono il periodo che passa, ad occhio e sboccio, dal neolitico all’attuale era dell’elettronica. Preoccuparsi per un simile intervallo di tempo per me non ha senso.

  14. 14 fotovoltaico marzo 24, 2014 alle 9:28 am

    A mio parere le centrali nuclerari sono pericolose. Meglio affidarsi ad altro per produrre energia.


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