Da Okinawa a Ovodda

atenesardauomo.jpgL’altro giorno su BBC 2 ho visto un documentario che aveva per oggetto la longevita’ umana. Venivano presentati due luoghi nel pianeta dove la longevita’ umana e’ piu’ alta della media e dove il numero di centenari e’ incredibilmente alto rispetto alle regioni limitrofe. Questi due luoghi erano l’isola giapponese di Okinawa e la Sardegna.

Nel primo caso veniva fatto notare come la longevita’ degli abitanti di Okinawa e’ incredibilmente alta, anche rispetto alla media giapponese che di per se e’ al top mondiale. Alcuni ricercatori stanno cercando di capire se sia possibile imparare dagli abitanti di Okinawa l’elisir di lunga vita.

Quello su cui stanno puntando e’ l’alimentazione dell’isola. Sana, varia, con molti vegetali e frutta ma soprattutto con un apporto calorico del 20% piu’ basso rispetto alla media. Cioe’ la restrizione calorica potrebbe veramente influire sul benessere generale dell’organismo. Tant’e’ che dai giapponesi come regola viene usata quella di non mangiare fino a farsi scoppiare la pancia, ma di mangiare fino a che si e’ pieni all’80% circa.
E cio’ e’ particolarmente interessante quando si guarda agli immigrati di Okinawa trasferiti negli Stati Uniti, specialmente Hawaai. I figli dei giapponesi nati e cresciuti in USA hanno un’aspettativa di vita piu’ bassa addirittura della media americana ma vanno incontro a malattie cardiovascolari, obesita’, diabete ecc.
C’e’ una lunga diatriba tra i ricercatori: e’ l’ambiente circostante dove viviamo o la genetica a determinare una lunga longevita’?
L’evoluzione ha forgiato questa popolazione isolata nel pacifico per un tipo di alimentazione sana, ma appena vengono esposti ad un’alimentazione ipercalorica e ricca di proteine la loro salute tende ad essere compromessa. In questo senso quindi per quanto riguarda la longevita’ di Okinawa non e’ solo una questione alimentare ma anche genetica. Diciamo un rapporto di 60 a 40 per alimentazione e genetica rispettivamente.
Ma se si va a vedere il secondo caso, cioe’ quello della Sardegna la situazione si capovolge. Diciamo che i sardi non sono proprio famosi per la riduzione calorica nei pasti. Anzi la regola e’ “piu’ si mangia meglio e’”. La pancia deve essere piena, scoppiare, per poi riposarsi sazi.
E in genere nessuno si preoccupa neppure della quantita’ di proteine o di alcool ai pasti, tant’e’ che la maggior parte delle pietanze tipiche sarde sono costituite da carne arrosto (e questo alla faccia di chi dice che la cottura sulla brace e’ cancerogena!).
Ebbene nel caso specifico di Ovodda, un piccolo paese del centro Sardegna, la quantita’ di centenari e’ incredibilmente alta e si posiziona tra le prime al mondo. Non solo ma la differenza tra uomini e donne centenari e’ praticamente inesistente; in genere infatti sono le donne a raggiungere i cento anni piu’ degli uomini.
Ma gli immigrati sardi all’estero, anche dopo generazioni tendono ancora ad essere piu’ longevi della media della nazione dove sono emigrati.
In questo caso quindi e’ piu’ grande l’apporto genetico su quello dell’alimentazione. Nei sardi quindi la genetica e’ 60% mentre l’alimentazione e lo stile di vita 40% circa (le cifre sono mie).
Non solo ma la popolazione sarda ha il problema di tutte le popolazioni derivate da un ristretto numero di fondatori. Si parla di collo di bottiglia genetico e di “effetto del fondatore”. Questo garantisce una certa omogeneita’ genetica tra i sardi ma anche malattie genetiche endemiche, come talassemia, favismo, diabete. Non solo, ma a complicare le cose si aggiunge pure il matrimonio tra consanguinei, pratica comunissima fino a 50 anni fa in tutta l’isola. Per evitare dispersione dell’eredita’ ci si sposava tra cugini di primo grado.
Quindi i sardi mangiano in modo ipercalorico, in eccesso, con alcool, sono portatori di una sfilza di malattie genetiche, sono frutto di matrimoni tra consanguinei con poco afflusso genetico esterno eppure continuano a vivere fino a cento anni.
C’e’ qualcosa che non va. O meglio c’e’ qualcosa nei geni dei sardi che aiuta a raggiungere i cento e a superarli?
Il professore Luca Deiana, direttore del progetto Akea (Akentannos, che in sardo significa “a cento anni” e che viene comunemente detto per augurare una lunga vita agli altri) pensa che sia coinvolto l’enzima G6PD (glucosio-6-fosfato deidrogenasi), la cui produzione in molti sardi e’ deficitaria, a causa di una mutazione genetica. Il favismo, comunissimo nell’isola e’ causato proprio da questa deficienza.
E’ anche vero pero’ che l’epidemiologia della deficienza da G6PD e’ molto vasta e comprende praticamente tutta la fascia subsahariana e subtropicale dove la malaria e’ presente. Perche’ come effetto collaterale della deficienza da G6PD c’e’ la protezione dal plasmodium falciforme causa della malaria.
Quindi io non sarei tanto propenso ad individuare nel singolo gene per quell’enzima dei sardi il segreto della vita. Forse sono una serie di geni che fanno il cocktail dell’elisir di lunga vita, legati poi ad una vita sana e calma, in cui si mangia molto certo ma in modo semplice.
Insomma come ha commentato il giornalista sulla BBC: “Se non avete i geni dei sardi avete comunque qualche speranza.”
Fabristol
UPDATE: Appendice

11 Responses to “Da Okinawa a Ovodda”


  1. 1 capemaster febbraio 22, 2008 alle 7:41 am

    da pseudo-genetista sono più propenso alla deriva genetica positiva…

  2. 2 capemaster febbraio 22, 2008 alle 7:49 am

    cioè, anni e anni di isolamento hanno favorito la selezione di alleli che danno vantaggio per l’età.

  3. 3 locandasulfaro febbraio 22, 2008 alle 9:44 pm

    in merito ad Ovodda: potrebbe trattarsi di un terzo fattore, e’ ben noto infatti che ad Ovodda si mangia, si beve e si…
    ehm, scusate…

  4. 4 fabristol febbraio 22, 2008 alle 9:52 pm

    Per Locanda

    ah ah ah😉
    bé spero che anche in Okinawa si …. ehm 😀

  5. 5 Stefano febbraio 22, 2008 alle 10:40 pm

    Condivido tutto, anche le pratiche di Ovodda (non pensavo che fosse così celebre quello che si fa ad Ovodda… il mondo è proprio piccolo😉 )
    Segnalo una bella lettura sul tema della dieta delle popolazioni: A qualcuno piace piccante, di G.P. Nabhan.

  6. 6 tiziana settembre 24, 2008 alle 10:42 am

    Salve a tutti , o meglio salude !
    Non sono genetista, non sono biologa non sono niente … per poter apportare tesi illuminanti a questo argomento , però leggendo quanto in argomento mi viene spontanea una riflessione /considerazione … è vero che i sardi sono rinomati per non deficere ne nel mangiare , nel bere ne in quant’altro crei “compagnia e banchetti” però … è anche vero che cent’anni fa a Ovodda non è che le dipesnse fossero così piene di cibarie e/o bevande da farsi scioppiare la pancia (… come teste’ citato ) anzi… si fortunati i pastori quando la terra permetteva grazie al npormale essere ed equilibrio delle stagioni di avere dei buoni pascoli, cosicchè da allevare bestiame, e trarne carni, formaggi etc etc … di cui sfamarsi , ma le famiglie erano anche numerose , quindi andrebbe considerata anche la quota procapite che effettivamente andava nella pancia di ogni componente famigliare … , le due guerre,la fame…, il duro lavoro nei campi, nelle miniere, l’allattamento dei numerosi figli,…cosa rimaneva di questo mangiare nell’organismo? insomma … non credo che i centenera di oggi si siano abbuffati nel corso della loro vita se non in occasioni particolari…quando magari … su mannicu (il mangiare) era qualcosa di più di un pezzo di pane raffermo, un po’ di formaggio , e brodaglie fatte con erbe autoctone.
    non mi sembra … che i centenari di okinawa abbiano potuto mangiare meno di quelli di ovodda.

  7. 7 fabristol settembre 24, 2008 alle 1:19 pm

    Per Tiziana

    infatti e’ stato detto che la longevita’ dei sardi e’ da attribuire piu’ alla genetica che alla alimentazione. Hai ragione quando dici che in passato la dieta dei sardi era povera e poco varia; ed infatti, forse una delle cause della longevita’ dei sardi puo’ essere attribuita ad un imrpovviso cambio di stile di vita. Piu’ igiene, piu’ cibo vario e una vita sana possono avere contribuito ad una predisposizione genetica particolare. Insomma organismi abituati ad uno stile di vita duro possono solo ricevere vantaggi dal cambio di alimetnazione.

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