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Il ritorno della fusione fredda

cold-fusion-timejpgPoter sfruttare la fusione nucleare per la produzione di energia costituirebbe una rivoluzione di enorme portata: l’energia che si può ottenere da una determinata quantità di materia è ancora più grande che nel caso della fissione, e di deuterio – uno dei possibili combustibili di fusione – sulla Terra ce n’è una scorta pressochè illimitata.

La fusione nucleare finora è stata ottenuta sulla Terra in maniera incontrollata, spettacolare e distruttiva con le bombe ad idrogeno. I tentativi di controllare la reazione, sia nelle macchine a confinamento magnetico (tokamak) che in quelle a confinamento inerziale o laser si sono risolti in brevi “lampi” di fusione pressochè inutili dal punto di vista pratico.

Esiste anche il reattore di Bussard o polywell (pagina di Wikipedia inglese), che secondo le considerazioni del suo inventore dovrebbe produrre energia da fusione con investimenti piccoli rispetto ai costosissimi tokamak o laser. Le ricerche su questo dispositivo sono finanziate – fra alti e bassi – fino dal 1992 da parte della Marina Militare USA, che fra l’altro ha posto pesanti restrizioni alla pubblicazione dei risultati. Gli scienziati che si dedicano al progetto ritengono che non ci sia alcun grave motivo per cui il reattore di Bussard non possa funzionare, ma ciò non garantisce che funzionerà.

Una ventina di anni fa però Flesichmann e Pons – due nomi ormai famigerati – annunciarono di avere ottenuto la “fusione fredda” -  fusione nucleare in condizioni molto blande, utilizzando una semplice cella elettrolitica a temperatura ambiente. Il lavoro dei due ricercatori si rivelò però molto difficile da riprodurre, se non il frutto di scarsa diligenza nello svolgere gli esperimenti.

Ma forse, anche se l’entusiasmo iniziale era esagerato, c’è qualcosa di vero nella possibilità di reazioni nucleari a bassa energia. La ricerca, seppure in sordina, è andata avanti in molti paesi.

Un annuncio interessante è stato dato nella primavera del 2009. Un pezzo del Corriere del 23 Marzo, riporta che un gruppo di ricercatori del Space and Naval Warfare Systems Center hanno presentato al 237° Simposio Annuale della American Chemical Society il loro lavoro, nel quale si forniscono prove di reazioni nucleari avvenute durante la codeposizione di palladio e deuterio al catodo di un’apposita cella elettrolitica. In particolare, dall’esame delle tracce lasciate dai neutroni in uno strato di una particolare materia plastica, Pamela Mosier-Boss ed i suoi colleghi hanno dedotto che si siano verificate reazioni di fusione deuterio-deuterio e deuterio-trizio. Un altro lavoro presentato allo stesso convegno fa un sommario degli esperimenti sulla fusione fredda dal 1989 ad oggi e dei risultati ottenuti (dimostrando quindi che queste ricerche non sono state censurate dalla “scienza ufficiale”).

Ci sono motivi per essere ottimisti, questa volta? Io ne vedo un paio: la ACS è una rispettabile organizzazione scientifica ed i lavori in questione hanno seguito il normale iter; inoltre la ricerca della Mosier-Boss e colleghi gode di finanziamenti militari. Questo da solo non è una garanzia di qualità, ma bisogna notare che un metodo per produrre energia elettrica in abbondanza ed a basso costo sarebbe estremamente utile per le forze armate – soprattutto in vista di nuovi sistemi come le navi completamente elettrificate (che non usino alcun motore a combustione), i laser anti-missile ed i cannoni elettromagnetici.

Bisognerà aspettare per vedere, ma considerato come stanno andando queste cose, se si riuscirà ad usare la fusione nucleare per generare elettricità i primi a beneficiarne saranno le forze armate americane.

Fabster


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