
Per una volta Progetto Galileo non è qui a fare le pulci ai giornalisti che stravolgono e deformano i risultati di una qualche ricerca scientifica, bensì alla ricerca scientifica stessa.
Stiamo parlando della
lecture del professor
Steve Jones, qualche giorno fa riportata dal
TimesOnline e dai giornali italiani, secondo cui l’evoluzione dell’uomo si sarebbe pressochè fermata. Il dubbio che la colpa sia dei giornalisti viene fugato dalla voce stessa di Jones in un’
intervista alla BBC. Il dubbio che ci sia qualcosa che non quadri in quel che dice, invece, è più difficile da fugare.
Alla perplessità contribuisce anche la semplificazione con cui viene riportata la notizia, tanto dal TimesOnLine quanto dal
Corriere o da
laStampa.
Repubblica questa volta entra un po’ più nel merito, addirittura sottolineando che
“Naturalmente non tutti i colleghi del professor Jones concordano”.
Ma è leggendo la versione del
Telegraph che si chiariscono un po’ di cose.
Innanzitutto qui non si cerca di suggerire implicitamente che
888 figli diviso 60 anni corrispondono ad una media di 1.2 rapporti al giorno (quell’1.2 evidentemente viene da altre stime); si spiega esplicitamente perchè è più determinante l’età del padre, rispetto a quella della madre, nel determinare il numero di possibili mutazioni della progenie (la produzione di spermatozoi è continua, mentre gli ovociti vengono prodotti una volta sola, prima ancora della nascita); e chiarisce anche quello che in tutte le altre versioni sembra un vero e proprio paradosso: da una parte infatti si dice che le mutazioni sono più probabili con l’aumentare dell’età del padre, e dall’altra si dice che questo ha portato ha una
diminuzione del numero di mutazioni nella popolazione attuale. Sembra un paradosso perchè tutti quanti hanno in mente che nelle società moderne l’età media dei padri è
aumentata, rispetto al passato, non certo diminuita.

Ed è solo il Telegraph che si sente in dovere di chiarire che il problema non è tanto l’età media, quanto l’estensione della coda alta della distribuzione: oggi, cioè, si inizia a fare figli ad un’età maggiore di quella di una volta, ma allo stesso tempo
ci si ferma prima.
Ma tutto ciò è semplicemente imprecisione e semplificazione, se vogliamo imputabile ai giornalisti e, per questa volta, non è di questo che vogliamo parlare. Vorremmo parlare invece dei dubbi, forti, all’idea stessa che sta alla base della tesi del professor Jones, e di come questa idea, se intesa letteralmente, rinneghi quasi completamente i principi più generali e profondi che la teoria dell’evoluzione ci ha insegnato, da Darwin in poi.
Jones sembra procedere evidenziando alcuni meccanismi fondamentali del processo evolutivo nella specie umana, e mostrando che ciascuno di essi abbia, oggigiorno, ridotto notevolmente la sua efficacia. In particolare considera meccanismi di generazione di variabilità genetica:
- una riduzione della più importante causa di mutazioni nella popolazione — la nascita di figli da padri in età avanzata,
- la scomparsa di ogni barriera di spostamento fisico fra le diverse popolazioni del pianeta — popolazioni di una stessa specie che restano a lungo separate presentano variazioni (polimorfismo) nelle frequenze delle diverse forme di ogni gene (alleli) dovute essenzialmente al casualità con cui la popolazione iniziale si è suddivisa (effetto del fondatore, deriva genetica),
- una consistente riduzione della pratica della poligamia
e genericamente i meccanismi selettivi:
- una ridotta “selezione” della popolazione, in brutali termini di morti prima della riproduzione.
Ora, sui primi si potrebbe anche discutere (ad esempio se siano capaci di generare più variabilità le derive genetiche di popolazioni isolate, o un mescolamento globale dei geni di tutte le popolazioni), tenendo però presente che la nostra
è già una specie a variabilità genetica molto bassa rispetto a quella delle altre specie, e non da qualche secolo a questa parte, ma sin dal tardo Pleistocene, quando la popolazione umana era ridotta a un piccolo numero (un migliaio) di coppie genitoriali con la conseguenza di un pool genico residuo molto ristretto (
catastrofe di Toba).
Ma è l’idea di fondo, la concezione stessa di evoluzione che è implicitamente assunta nell’ultimo punto, che vogliamo mettere in dubbio.
Per definizione, l’evoluzione non puo’ fermarsi, perchè è la
tautologia della sopravvivenza del più adatto. Quel che può succedere, semmai, è un cambiamento del concetto di “più adatto” (
fitness). Del resto, a parte alcune rare situazioni come quella di malattie genetiche mortali, non esiste un concetto di fitness univoco ed indipendente dall’ambiente. Per cui quando si dice che la ridotta mortalità (infantile) annulla l’eliminazione dei meno adatti, bisognerebbe specificare
per cosa sarebbero meno adatti. E allora il discorso si sposterebbe non tanto sul fatto che esista ancora o meno un processo evolutivo in atto nell’uomo, ma su quali siano le eventuali pressioni evolutive che l’ambiente starebbe esercitando su di lui. E allora si scoprirebbe, per esempio, che se non siamo cambiati molto morfologicamente dai primi esemplari di
Homo sapiens, esistono invece differenze significative sul piano del sistema immunitario. Non ha molto senso, dunque, considerare i “soliti” meccanismi evolutivi come fossero la definizione stessa di evoluzione.
Del resto sin da subito, per l’uomo, non è più stata un’evoluzione “solita”, visto che, con la
domesticazione di piante ed animali, ha cominciato ad adattare attivamente l’ambiente a se stesso, invece del contrario, e a ritmi incredibilmente più elevati di quelli tipici dell’evoluzione darwiniana. Se dunque l’ambiente non esercita pressioni evolutive perchè non cambia (o, a maggior ragione, perchè cambia in maniera da
assecondare le esigenze dell’uomo) perchè mai dovremmo osservare un’evoluzione nell’uomo?
Questo, ancora una volta, sottintende proprio l’altra distorsione con cui, molto frequentemente, si interpreta il processo evolutivo, e cioè come di un processo lineare dalle magnifiche sorti progressive. La vera metafora dell’evoluzione non è quella di una scala, ma di un cespuglio: non avanza, semplicemente si ramifica ampio e rigoglioso.
Certo, se vista su scala globale, a livello di tutta la biosfera, possiamo leggere fra le righe una sorta di “crescita”, ma si tratta di una crescita in complessità dovuta al fatto che ogni nuova speciazione si trovava a dover far fronte ad un ecosistema già altamente strutturato: quando comparvero per la prima volta, i batteri avevano di fronte una biosfera molto diversa da quella attuale. Oggi i batteri non si sono estinti (al contrario, sono gli organismi più diffusi nella biosfera), ma le altre forme di vita che si sono sviluppate dovevano essere capaci di muoversi in un ambiente più complesso. Ma quest’aumento di complessità che si evidenzia, in prospettiva, nell’evoluzione della biosfera, non è una caratteristica dell’evoluzione delle singole specie: non esistono pressioni selettive che portano inesorabilmente ad una maggiore complessità, bensì la complessità è un effetto collaterale che si presenta a volte nel dover trovare una risposta adattiva ad un ambiente già strutturato. Ancora una volta: l’albero della vita non avanza, sono le sue ramificazioni che si moltiplicano.
Anche solo pensare che l’evoluzione dell’uomo possa fermarsi è l’ammissione stessa dell’errore di pensare ad essa come a qualcosa che avanzi.
hronir
Commenti Recenti