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Palmarini zero, Darwin 1

Sul Corriere.it di ieri mi sono imbattuto in un articolo firmato da Massimo Piattelli Palmarini, un professore di scienze cognitive all’Università dell’Arizona, cui stento ancora a credere.

La tesi di quest’articolo “bizzarro” è che il sequenziamento del Dna dell’ornitorinco pubblicata su Nature e su Genome Research possa addirittura inficiare la teoria dell’evoluzione. Detto poi da un professore che si occupa di evoluzione del linguaggio è un po’ come scavarsi la fossa da solo.

Ma andiamo con ordine.

Dopo aver aperto l’articolo con le solite frasi ricorrenti che si usano quando si parla di ornitorinchi, cioé della sua eccezionalità, stranezza e delle mille curiosità della sua natura, Palmarini ci spiega che i cromosomi sessuali nell’ornitorinco sono ben dieci. Certo cosa strana ma risaputa ormai da anni e che non c’entra niente con gli studi recenti su cui si dovrebbe basare l’articolo.

Siamo informati anche del fatto che i cromosomi dell’ornitorinco sono 52 rispetto ai nostri 46. E qui pare che voglia stupire facendoci notare quanto ancor più strano sia questo animale: addirittura 6 cromosomi in più rispetto agli umani! Sarà di sicuro un mostro! Ma questo non deve stupire perché l’ornitorinco rispetto ad un animale comune come il cane fa una pessima figura. Dall’alto dei suoi 78 cromosomi fido pare ben più strano dell’ornitorinco, giusto? (pensare che il tacchino ne ha 82 mi mette i brividi)

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Orango usa lancia per pescare

Orango tenta di pescare con l’ausilio di una lancia

Un orango maschio è stato fotografato, appeso in equilibrio precario su un albero in riva al fiume, nell’atto di tirare fendenti nell’acqua con un’asta. Tentava disperatamente di infilzare i pesci di passaggio.

E’ la prima volta che un orango è stato avvistato nell’atto di usare un utensile per cacciare. Questa immagine straordinaria, un’esclusiva mondiale, è stata scattata sull’isola di Kaja, nel Borneo. Questo luogo viene comunemente scelto per rimettere in libertà alcune scimmie precedentemente prigioniere in zoo, case private o, a volte, negozi di macellai.

“Orang hutan” significa “uomo della foresta” in una delle lingue principali dell’Indonesia; ed in effetti i nostri cugini dalle braccia lunghe mostrano una notevole capacità di emulare i nostri comportamenti.

Questo individuo aveva visto gli abitanti del luogo usare delle lance per pescare sul fiume Gohong.

Sebbene il metodo in questione richiedesse troppa abilità per lui, in seguito è riuscito ad infilzare con successo alcuni pesci già intrappolati nelle reti di pescatori.

Questa immagine fa parte di una serie che appare in un recente libro, The Thinkers of the Jungle [i pensatori della giungla], che contiene anche la prima fotografia mai scattata di un orango nell’atto di nuotare.

Articolo tradotto dal Daily Mail.

Fine del mondo rinviata a data da destinarsi

Qualche giorno fa, la storia che ha guadagnato molta visibilità sui media italiani (qui la sensazionalistica versione del Corriere) ed esteri è stata quella di un 13enne tedesco, Nico Marquardt, che avrebbe corretto i calcoli della NASA per quanto riguarda le probabilità di impatto con la Terra dell’asteroide Apophis.

Il quale, secondo le misure e previsioni preparate sotto il Near Earth Object Program della NASA, raggiungerà la sua massima vicinanza alla Terra il 13 Aprile 2036, con una probabilità di impatto di 2.2*10-5, ovvero 1 su 45000 passaggi. Vista la minuscola probabilità d’impatto, si ritiene che l’evento non debba suscitare alcuna preoccupazione.

Tuttavia, secondo il lavoro di Marquardt la vera probabilità d’impatto sarebbe 1 su 450: molto più preoccupante visto che l’energia liberata dalla caduta dell’asteroide causerebbe una catastrofe immane. Come ha fatto il nostro giovane ricercatore ad arrivare ad un risultato di due ordini di grandezza diverso da quello della NASA?

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Le Diossine, queste sconosciute

Dibenzodioxine“La diossina”, soprattutto dopo l’incidente di Seveso, è diventato uno degli spauracchi dell’età moderna; questo termine viene usato più per il suo valore di propaganda che per il suo esatto significato chimico.

Cerchiamo invece di capire qualcosa di più riguardo questa classe di composti chimici. Intanto non esiste “la diossina”, ma esiste una classe di composti il cui nome scientifico è dibenzo-p-diossine (p sta per para). La struttura della capostipite della serie si trova nell’immagine che apre l’articolo; si tratta di composti triciclici nei quali due anelli benzenici sono connessi da un anello contenente due atomi di ossigeno. Gli atri idrogeni sugli anelli benzenici possono essere sostituiti da diversi atomi o gruppi, e sono le dibenzodiossine clorurate che suscitano particolare preoccupazione per i loro effetti tossici. Con otto posizioni libere, si possono avere dibenzodiossine che contengono da uno ad otto atomi di cloro, ed un vasto numero di isomeri per un totale di 75 composti (chiamati congeneri).2,3,7,8-TCDD La “diossina” per antonomasia è la 2,3,7,8-tetraclorodibenzo-p-diossina (dove i numeri specificano la posizione degli atomi di cloro secondo una numerazione convenzionale), abbreviata in 2,3,7,8-TCDD o semplicemente TCDD, rappresentata qui a fianco. Questa molecola è planare, altamente simmetrica e rigida.

Dalla struttura si può già concludere che questi composti sono chimicamente stabili - quindi persistono a lungo nell’ambeinte e negli organismi; le policlorodibenzodiossine - soprattutto quelle più simmetriche - sono anche poco o ninete polari, per cui più solubili nei solventi organici e nei grassi che nei mezzi acquosi.

Le policlorodibenzodiossine si formano in piccole quantità durante i processi di combustione, specialmente ma non solo dei materiali plastici, vista la naturale tendenza del carbonio ad organizzarsi in anelli benzenici nelle condizioni opportune - come fiamme a bassa temperatura e povere di ossigeno - e l’onnipresenza di ossigeno e cloro; sembra che anche i cloruri metallici sulla superficie delle particelle di cenere abbiano un ruolo importante nella formazione delle policlorodibenzodiossine. Queste sostanze si formano anche durante la sbianca al cloro della carta, e da reazioni parassite che possono accadere durante la sintesi di una certa classe di erbicidi, gli acidi clorofenossiacetici e loro derivati.

La sintesi degli acidi di- e triclorofenossiacetici (2,4-D e 2,4,5-T) si effettua con la reazione fra di- o triclorofenato sodico ed acido cloroacetico in ambiente basico; se la temperatura durante questo processo sale oltre certi limiti (140 °C durante la preparazione del 2,4,5-T), si ha invece la reazione fra due molecole di triclorofenato sodico con formazione di TCDD. Questa reazione è uno degli infrequenti casi di sostituzione nucleofila aromatica, e riesce ad avvenire poichè i due prodotti (TCDD e cloruro di sodio) sono molto stabili e la formazione di NaCl in soluzione produce un forte aumento di entropia. Questo è il motivo della presenza di diossine nell’Agente Orange e della loro formazione a Seveso.

Nonostante le diossine ed in particolare la TCDD siano spesso citate come i più tossici composti esistenti, i risultati degli studi su persone ed animali esposti alle diossine sono meno definitivi. Per esempio, uno studio pubblicato su Environmental Health Perspectives (IF 5.86) nel giugno del 2003 non riesce a trovare alcuna correlazione significativa fra i livelli di TCDD nel siero materno e adverse birth outcomes (risultati avversi della nascita), mentre il rapporto dell’EPA sui rischi delle diossine è stato criticato dalla National Academy of Sciences per avere sottostimato l’incertezza sui rischi per la salute e forse sovrastimato il rischo di cancro.

Con questo non si vuole certo dire che immettere diossine nell’ambiente sia cosa saggia - anzi, la cosa prudente è cercare comunque di minimizzare l’emissione di questi composti. Il panico e l’allarmismo sulle diossine, invece, sono inutili se non dannosi.

Scienza e Tecnologia a Confronto

Mentre la scienza si occupa, alla radice, di capire come è fatto e come funziona il mondo intorno a noi, tecnologia ed ingegneria hanno lo scopo meno aulico di trasformare tali conoscenze in ogetti e processi che siano utili in pratica. E l’utilità pratica spesso si traduce nel far guadagnare un sacco di soldi agli azionisti della compagnia per la quale l’ingegnere lavora.

Per fare un esempio tratto da situazioni che conosco piuttosto bene, i chimici puri sono interessati a stabilire i meccanismi di reazione e la struttura dei complessi attivati; gli ingegneri od i chimici industriali invece vogliono avere a disposizione una costante di velocità della reazione (nelle appropriate unità di misura) che permetta loro di progettare un reattore che ogni giorno possa sfornare la quantità di prodotto richiesta dai pianificatori. O altrimenti, che permetta ai progettisti di spiegare ai pianificatori economici perchè i loro piani sono irrelizzabili.

Non si può onestamente stabilire quale sia superiore fra scienza e tecnologia; in realtà esse sono complementari, perchè la scienza è la base della tecnologia, ma senza la seconda la prima rimarrebbe fine a sè stessa. C’è poi un ciclo di feedback (o retroazione), in quanto le scoperte scientifiche permettono agli ingegneri di costruire nuovi apparecchi, che a loro volta possono essere usati per ulteriori scoperte. I semiconduttori rappresentano un trionfo della fisica dello stato solido, ma d’altra parte la produzione di massa di dispositivi a semiconduttore richiede avanzata tecnologia in tutti i campi - e per finire, ormai non c’è laboratorio scientifico al mondo che non faccia un massiccio uso di computer per acquisire, archiviare, analizzare ed elaborare dati, permettendo così nuove scoperte.

Tuttavia, spesso e volentieri gli scienziati “puri” si possono permettere di ignorare tutti quei dettagli che riguardano l’applicazione pratica delle scoperte scientifiche. Se si aggiunge a questo la profonda specializzazione degli scienziati moderni, si capisce perchè alcuni di loro ogni tanto affermino pure castronetrie, specialmente fuori dalle loro strette competenze. L’ingegneria è meno soggetta alla specializzazzione profonda, perchè le diverse branche condividono molti principi fondamentali ed anche si sovrappongono di frequente nei loro campi di applicazione.  Se poi vogliamo dire la verità, discipline come la fisica teorica e cosmologia sono più astrazioni matematiche che considerazioni su oggetti reali e tangibili.

Quando si parla delle differenze fra scienza e tecnologia, si può citare un vecchio proverbio: Fra il dire e il fare c’è di mezzo il mare.

 FabioC. (fabster2)


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