Archive for the 'progetto darwin 2009' Category

Darwinismo quantistico

copia-di-revolution-smallMediamente i fisici non sono troppo interessati alla teoria dell’evoluzione. Le leggi della fisica (per quanto ne sappiamo) sono rimaste sempre quelle dall’inizio dei tempi e l’universo “evolve” seguendo fedelmente queste leggi. Anzi, per un fisico la riproducibilità è un punto cardine della ricerca scientifica: se io metto mille volte questo elettrone in queste condizioni lui si comporterà mille volte nello stesso modo. Certo, dall’avvento della meccanica quantistica ad oggi il determinismo è stato abbandonato in favore di previsioni di tipo probabilistico, ma il concetto di fondo è rimasto lo stesso e non lascia molto spazio ai meccanismi di selezione tanto cari ai biologi. Tuttavia difficilmente le buone idee non trovano applicazione un po’ ovunque e persino nella meccanica quantistica, se uno guarda per bene, le intuizioni di Darwin trovano una loro collocazione.

Gli ingredienti fondamentali di una teoria Darwiniana dell’evoluzione sono: zurekqualcosa che sia in grado di produrre copie di se stesso (simili ma non identiche l’una all’altra), una competizione per una qualche forma di risorsa ed un meccanismo di selezione che permetta solo ai più “adatti” di riprodursi. Wojciech H. Zurek (ricercatore a Los Alamos, nella foto) ha trovato che, con gli opportuni adattamenti, questi ingredienti li si trova dove meno uno se li aspetterebbe: nella teoria della misura quantistica.

Andiamo per gradi: la meccanica quantistica è una teoria, sviluppata da un gran numero di scienziati a partire dagli inizi del XX secolo, che descrive il comportamento dei corpi “molto piccoli”. Caratteristica fondamentale di questi “corpi molto piccoli” è che, quando uno li va ad osservare, vede che si comportano in maniera totalmente diversa da quella che è l’intuizione di tutti i giorni. Se io lascio cadere un sasso l’esperienza mi dice che questo cadrà con velocità e traiettoria ben definite e predicibili. Un elettrone invece non cadrà seguendo una traiettoria ben definita ma si troverà in una “sovrapposizione” di tutte le traiettorie possibili. Cosa ancora più strana, quando andrò a misurare la posizione di questo elettrone non lo troverò mai in questo stato di “sovrapposizione” ma lo misurerò sempre con una posizione ben definita. Quello che succede è che, lasciato a se stesso, l’elettrone seguirà il principio di sovrapposizione e si troverà contemporaneamente in tutti gli stati possibili, appena però qualcuno andrà ad “osservarlo” lui sceglierà uno ed uno solo di questi stati e si farà trovare lì (postulato della proiezione). In realtà non c’è bisogno di una intelligenza che osservi (come ogni tanto qualcuno dice nella speranza di appiccicare idee metafisiche alla meccanica quantistica), molto più banalmente basta che l’elettrone inizi ad interagire con l’ambiente (ovvero con tutta quella parte di universo che non fa parte del sistema composto dal solo elettrone); ogni volta che l’elettrone interagisce in un qualche modo col resto dell’universo viene “misurato” e quindi costretto a scegliere uno solo fra la moltitudine di stati possibili.

Un’altra proprietà importante della meccanica quantistica è che, una volta che ho misurato il mio elettrone, se lo rimisuro immediatamente dopo, otterrò esattamente lo stesso risultato. Questo vuol dire che lo stato misurato non è banalmente uno preso a caso fra tutti quelli possibili ma che, una volta fatta la scelta, questa scelta è in qualche modo definitiva.

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L’evoluzione dietro le scene

copia-di-revolution-smallSull’evoluzione, la natura è stata colta sul fatto: le prove a carico sono chiare e schiaccianti, e non lasciano spazio ad altre interpretazioni. Oltre ai fossili paleontologici, prova evidente delle diverse biosfere che hanno preceduto la nostra e delle differenti morfologie biologiche che divergono dalle attuali man mano che ci si allontana indietro nel tempo, anche la distribuzione geografica delle specie e lo studio dei codici genetici dimostra che i meccanismi di mutazione e ricombinazione del DNA hanno caratterizzato la progressiva trasformazione dei genomi specifici lungo un percorso di adattamento e ri-adattamento alle condizioni ambientali. Le conferme probabilmente definitive sono arrivate dalla biologia evolutiva dello sviluppo, nota anche come evo-devo, e la spiegazione di come lo sviluppo embrionale abbia verosimilmente influenzato i processi evolutivi dall’origine della vita sulla Terra fino a noi, conseguente alla scoperta che tutti gli animali, uomo compreso, discendono da un antenato comune semplice, con cui condividono un insieme di geni “master” che svolgono il ruolo di kit degli attrezzi per lo sviluppo dell’embrione in individuo adulto. Considerazioni che hanno portato il celebre biologo S.B. Carroll a concludere che “l’evoluzione consiste in gran parte nell’insegnare nuovi trucchi a vecchi geni!” – appunto geni vecchi centinaia di milioni di anni – e che è proprio nello sviluppo embrionale, vera e propria chiave per la compresione dei processi evolutivi, che si possono riscontrare le “pistole fumanti dell’evoluzione”.
L’evoluzione è dunque prima di tutto un fenomeno della natura, come tale oggetto di osservazione e studio scientifico, ma ci sono domande fondamentali che attendono una risposta: è senz’altro vero che ad oggi non è chiaro quale sia stato l’impulso iniziale che ha dato origine all’evoluzione delle specie, quindi alla vita, né è del tutto identificato in cosa consista il meccanismo evolutivo e perché esso sia così diffuso. Ci sfugge, cioè, comprendere le ragioni del successo dell’evoluzione, ed i suoi meccanismi considerati globalmente. I risultati dell’evo-devo ci danno oggi conferma del ruolo del DNA nell’evoluzione, ma non ci spiegano ad esempio la selezione naturale, che deve essere considerata ad un livello superiore a quello in cui i processi genetici hanno luogo: a livello di ecosistema.
La comprensione dell’evoluzione nel senso più ampio richiede un necessario inquadramento di scala: se l’invenzione del kit degli attrezzi genetico per lo sviluppo della forma animale è stata una condizione necessaria per la biodiversità che oggi abbiamo davanti agli occhi, è solo a livello di ecosistema che possiamo meglio coglierne la dinamica. Allo stesso modo dobbiamo probabilmente modificare la nostra prospettiva di scala per comprendere come si è potuto arrivare dal cosiddetto “brodo primordiale” all’apparizione del codice genetico, condizione necessaria ma non sufficiente per la comparsa del suddetto toolkit.
La ricerca passa dunque dalla scala della biologia molecolare a quella, inferiore, della chimica e delle reazioni catalitiche, e ancora più giù alla scala delle interazioni fisiche, in virtù del fatto che i comportamenti attesi ad una scala sono connessi a quelli che avvengono a scale inferiori, i cui processi di crescita adattiva, attraverso una o più transizioni di fase, conducono all’emergenza di comportamenti sistemici assai differenti ad una scala diversa. E’ oggi noto che meccanismi di autorganizzazione di questo tipo sono tutt’altro che rari.
In fisica, le celle convettive di Bènard, la reazione di Belousov-Zhabotinsky, la condensazione di Bose-Einstein – cui sono legati fenomeni fisici oggetto di grande attenzione come la superconduttività, o che hanno conosciuto un ampio utilizzo nella tecnologia come il laser o l’effetto tunnel nelle giunzioni Josephson – o ancora le onde spiraliformi, sono tutti esempi che hanno a fattor comune il principio dell’autorganizzazione in sistemi lontani dall’equilibrio termodinamico, e che lasciano emergere comportamenti caratteristici a livello aggregato che non sono osservabili a livello individuale. Altrettanti esempi possiamo rintracciare in ambiti biologici, come il nodo senoatriale che governa il battito cardiaco, o anche la sincronia di lampeggiamento delle lucciole della Thailandia, per citare quelli forse più suggestivi.
Sembra, dunque, verosimile ritenere che l’autorganizzazione abbia giocato un ruolo fondamentale nell’evoluzione, in quel passaggio organizzativo dell’ambiente prebiotico che ha creato le condizioni perchè prendesse piede il processo evolutivo genetico. Se l’autorganizzazione che si instaura in un sistema fisico non può bastare da sola a spiegare l’insorgenza della vita, l’autorganizzazione in presenza di un meccanismo termodinamico che conduce un sistema molecolare fuori dall’equilibrio può avere innescato – anche più di una volta – un ciclo chimico (auto)catalitico che ha portato all’insorgenza di DNA. Per dirla con Stuart Kauffman: l’autorganizzazione si mescola con la selezione naturale secondo modalità poco chiare e produce la nostra pullulante biosfera in tutto il suo splendore.”
Qualcosa del genere deve essere avvenuto per dar luogo a quell’inesaurito effetto domino che ci accompagna tutti i giorni, e di cui anche noi siamo parte. Da quel momento in poi, certi aggregati molecolari hanno continuato a riprodursi, lontani dall’equilibrio termodinamico, e a selezionare strategie sempre nuove per la moltiplicazione, dando luogo nel tempo a membrane, cellule e batteri.
A ciò aggiungiamo che è tutt’altro che bizzarro, oggi, ritenere che in un contesto caratterizzato da un’alta diversità molecolare, l’emergenza di sistemi molecolari autoriproduttivi sia una circostanza talmente probabile da apparire quasi inevitabile. E da una tale ineluttabilità può essere conseguito un mondo in cui milioni di specie si sono succedute nella creazione della sorprendente diversità che chiamiamo biosfera, che è certamente e provatamente stata preceduta da migliaia di biosfere scomparse, perchè sempre superate da nuove nella corsa del cambiamento evolutivo, nella continua esplorazione di nuove possibilità e generazione di nicchie ecologiche da sfruttare e popolare.
Le specie viventi non hanno colonizzato un mondo vergine, una specie di substrato passivo, un palcoscenico per la vita. Lo hanno letteralmente creato, costruito, assemblato. La biosfera in cui siamo immersi è emersa dall’ininterrotto cambiamento evolutivo che l’ha preceduta. E continuerà ad evolvere, man mano che ogni forma vivente continuerà instancabilmente ad esplorare nuove opportunità di successo e affermazione, a colonizzare nuove nicchie biologiche che a loro volta genereranno altre nicchie biologiche precedentemente inesistenti.

Se le spiegazioni scientifiche riguardo le ragioni o cause ultime della vita possono essere offerte sempre con approssimazione, è un fatto che tutta questa emergenza perpetua è davanti ai nostri occhi giorno dopo giorno. Ed è ciò che chiamiamo evoluzione.

Nonlineare (Stefano)

Auguri Charles

carloOggi si festeggia il bicentenario della nascita di Charles Darwin. Inutile dire quanto lo scienziato inglese sia stato importante (al di là delle singole opinioni) per la storia della scienza, per la società occidentale, per la sua filosofia e letteratura e infine per il nostro stesso modo di vedere il mondo.

Di seguito vogliamo darvi alcuni link dove troverete suggerimenti e strumenti per comprendere Charles Darwin uomo e Charles Darwin scienziato. Come è già stato detto il materiale in lingua inglese su internet è veramente vasto per qualità e quantità.

In inglese:

tutti i lavori di Darwin qui.

la vasta corrispondenza di Darwin qui.

uno speciale di Science News.

di New Scientist

del Guardian

del NYT

della BBC

una serie di lezioni-video della Stanford University.

debunking di miti e errori sull’evoluzionismo qui e qui.

In italiano:

il sito Pikaia ospita articoli, speciali su Darwin e sull’evoluzionismo.

uno speciale de Le Scienze.

il sito del professor Formenti è una miniera d’oro per chi è interessato al rapporto tra evoluzionismo e società italiana. Compresa diatriba religiosa, creazionismo ecc.

e ovviamente il nostro speciale Darwin (R)evolution 2009.

Darwin- the tree of life

La BBC ha trasmesso qualche giorno fa uno speciale su Darwin e ha preparato una sezione del proprio sito all’evento. Qui potete vedere l’intero filmato in streaming. Sotto invece pubblichiamo uno dei pezzi più belli scaricabile anche dal sito.

Darwin fra le stelle

universeQuest’anno, oltre ad essere l’anno di Darwin, è anche l’anno internazionale dell’astronomia, in onore di Galileo Galilei che, esattamente 400 anni fa, alzò per la prima volta il suo cannocchiale al cielo.
Ma anche se siamo sul blog Progetto Galileo, questa è la rubrica progetto Darwin, che c’entra Darwin con le stelle?
Eppure il nesso c’è, ed è dato proprio dalla teoria della selezione naturale cosmologica (SNC), una sorta di applicazione su scala cosmica dei principi più generali della teoria di Darwin.
Chiariamo subito che, a differenza della selezione naturale di Darwin, la SNC non è altrettanto consolidata e accettata dalla comunità scientifica. Ma attenzione, non intendo dire che c’è dibattito e che la comunità scientifica è spaccata sull’accettare o meno la SNC: sto solo dicendo che è una teoria in stato ancora embrionale, basata su ipotesi non strampalate ma ugualmente non supportate da solide conferme sperimentali, nonostante il fatto, notevole, che faccia più di una previsione falsificabile sperimentalmente e che queste previsioni sono al momento confermate dalle osservazioni astronomiche.
Se volete, la SNC è una “teoria” nel senso comune del termine.
E a questo punto, fosse per me, partirei per una lunghissima digressione per chiarire che il falsificazionismo popperiano rappresenta una semplificazione, seppur notevole, del modo di procedere della scienza: che certamente coglie un punto rilevante di ciò che può essere chiamato scienza (se non puoi fare previsioni falsificabili, non ne parliamo nemmeno), ma non esaurisce tutto il suo significato e la sua forza; che lo “spessore” di una teoria non si valuta solo sulla base del “non è stata ancora falsificata”, ma anche sulla profondità con cui la teoria si innesca nel quadro complessivo, olistico (in senso quineiano) delle nostre conoscenza.bubbleuniverse3
Ma divagherei troppo e per gli scopi di questo blog sarà sufficiente limitarsi a chiarire brevemente in che senso la SNC, e in particolare il suo confronto con la teoria di Darwin, rappresenta proprio un esempio paradigmatico di questa situazione.
Giusto per avere un’idea della teoria di cui stiamo parlando, diciamo semplicemente che essa punta a spiegare il cosiddetto fine tuning, e cioè il fatto che le costanti fondamentali del modello standard delle particelle elementari e della cosmologia sembrano sintonizzate finissimamente in maniera da portare alla formazione nell’universo di una grande quantità di stelle dalla vita molto lunga e alla complessa chimica del carbonio che osserviamo — e che consideriamo fondamentale per lo sviluppo della vita così come la conosciamo. Secondo la SNC l’universo in cui viviamo sarebbe solo uno di molti universi che nascerebbero gli uni dagli altri come stati inziali di un Big Bang a partire dalle singolarità che si trovano al centro dei buchi neri degli universi “genitori”. In particolare il meccanismo di generazione sarebbe tale per cui l’universo “figlio” erediterebbe dei valori per le costanti fondamentali solo leggermente diverse da quelle dell’universo “genitore”. Il punto cruciale della teoria è che la chimica del carbonio che giudichiamo essenziale per la vita è in realtà altrettanto essenziale per la formazione di buchi neri, ovvero il meccanismo di generazione di nuovi universi. Questo, dunque, renderebbe meno “speciale” il nostro universo, visto che per selezione naturale cosmologica, la maggior parte degli universi avrà proprio costanti fondamentali sintonizzati sulla formazione di buchi neri. A differenza delle varie versioni del principio antropico, che si limitano ad una giustificazione a posteriori, la SNC offrirebbe una spiegazione falsificabile della situazione. E già questo basterebbe per rendere la SNC una teoria estremamente interessante, indipendente dal fatto, pur notevole, che al momento le osservazioni sperimentali sulle masse delle stelle di neutroni e sulla frequenza di supernovae cosmologiche siano in accordo con le sue previsioni (per qualche dettaglio in più, sempre a un livello divulgativo, solo un po’ meno conciso, potete leggere qui).
Orbene, da un punto di vista puramente astratto e popperiano, la SNC si trova esattamente nella stessa situazione della teoria di Darwin: entrambe pretendono di spiegare fatti ben noti, entrambe fanno previsioni falsificabili che osservazioni ed esperimenti non falsificano e dunque entrambe sono candidate ad essere considerate a buon diritto delle valide teorie scientifiche.
Dove sta la differenza? Perchè la comunità scientifica non discute nemmeno della solidità della teoria di Darwin ed anzi lavora alacremente a perfezionarla e a comprenderne in maggior dettaglio i meccanismi e le “applicazioni pratiche” in ambiti diversissimi (ecologia, paleontologia, immunologia, virologia, genetica delle popolazioni, e così via praticamente all’infinito), mentre di SNC si parla solo fra pochissimi addetti ai lavori e solo come ipotesi, pur interessantissima e al momento unica nel suo genere?
La risposta è semplice e non ha niente a che fare con Popper e sottili argomenti di epistemolgia, ma al contrario è la banale applicazione di una consuetudine dell’uomo per niente limitata alla scienza: semplice buon senso.
La risposta è semplicemente che dell’evoluzione Darwiniana ci sono prove ovunque si posi lo sguardo. La solidità di questa “teoria” sta proprio nel fatto che la si ritrova in ecologia, in paleontologia, in immunologia, in genetica e in tutti gli altri campi che non saprei citare. E, di più, tout se tien, tutto torna, tutto si incastra perfettamente.
copia-di-revolution1L’idea di Darwin è geniale proprio per questo. Non tanto perchè è così generale da trovare applicazione persino in cosmologia, no. E’ geniale perchè è un’idea semplice e tuttavia capace di mettere ordine e spiegare tutto il mondo dei viventi che ci circonda.
Hronir

L’Apocalisse può attendere

419px-the_four_horseman_of_the_apocalypseNel 1859, l’anno in cui venne pubblicato L’Origine della specie, su uno dei libri più diffusi nelle scuole inglesi si potevano leggere frasi come questa: “Ci pensi che bello, zia Helen? Ieri lo zio Henry era a Parigi e sarà a casa oggi. Non è meraviglioso? Ma come faceva l’uomo prima che inventassero il treno?”

Il libro, che non a caso si intitolava Il trionfo del vapore, altro non era che una celebrazione, ad uso delle giovani generazioni, del progresso, un’idea che, elaborata nel corso dell’Illuminismo, stava trovando la sua concreta realizzazione attraverso le innovazioni tecnologiche. Progresso ed Evoluzionismo furono due dei pilastri sui quali la nascente società industriale ottocentesca costruì il proprio sistema di valori e le proprie fortune. L’evoluzionismo fu una rivoluzione filosofica ancor prima che scientifica. L’Origine della specie forniva infatti – ed era la prima volta – una visione del mondo completa, coerente ma soprattutto alternativa a quella proposta dalla Bibbia.

Di fronte all’idea di una graduale evoluzione delle specie, la fede nella Genesi così come veniva raccontata nelle sacre scritture vacillava. Lo stesso valeva per il Giudizio universale, che perdeva di consistenza di fronte alla prospettiva di una prosecuzione – indefinita – dell’evoluzione stessa. Sulla scia di Galileo e di Copernico, Darwin, come avrebbe poi fatto all’inizio del ‘900 Einstein, contribuì a relativizzare la condizione umana, mettendone a nudo la fragilità di fronte alle leggi di natura e a quelle del tempo.

Eppure, in un passato anche recente la principale preoccupazione di storici e scienziati era stata quella di conciliare i contenuti dei loro studi e delle loro teorie con le Sacre scritture. Tipi come il geologo scozzese James Hutton, che sul finire del Settecento aveva osato affermare che non era possibile che il mondo avesse appena 5-6.000 anni come sostenevano gli studi biblici, continuavano ad essere considerati dei veri e propri eretici. Ancora all’inizio dell’Ottocento Georges Cuvier, cristiano devoto, tentò una sorta di mediazione inserendo il Diluvio universale all’interno della sua teoria delle catastrofi cicliche e affermando che quello a cui era scampato Noé era l’ultimo di una serie di disastri susseguitisi sul nostro pianeta. A Cuvier fece eco l’inglese William Buckland, anglicano osservante, il quale, traendo spunto dai ritrovamenti di fossili di animali estinti giunse alla medesima conclusione. Qualche tempo dopo, nel 1829, l’americano Clinton si spinse addirittura oltre prendendosi la briga di calcolare con precisione l’anno della Creazione (il 4138 a.C.). In uno studio storico in più volumi sulla storia della civiltà (nel quale trovò il tempo di calcolare con esattezza la capacità dell’Arca di Noé), l’italiano Cantù fornì la propria versione, asserendo invece che l’umanità era vecchia di 7-8.000 anni. E a poco valsero le obiezioni di geologi come Charles Lyell (che non a caso ebbe una forte una forte influenza sul giovane Darwin) che invece sostenevano la gradualità del mutamento della crosta terrestre, avvertendo che la datazione delle rocce erano assai più antica di qualche migliaio di anni.apocalisse

In storia, la rivoluzione darwiniana fu favorita, ironia del destino, da un non evoluzionista. Che a dire il vero non era né uno storico, né un archeologo, né uno scienziato, almeno in senso stretto. Jacques Boucher de Crèvecoeur de Perthes di mestiere faceva infatti il funzionario della dogana di Abbeville ma si dilettava, da erudito, di antiquaria, di storia, di archeologia e altre antichità.

Boucher de Perthes era convinto, come già Voltaire e altri illuministi, che l’uomo esistesse da tempi immemorabili e che la storia seguisse un andamento ciclico, scandito da altrettanto ricorrenti catastrofi naturali. Dai suoi scavi intorno al bacino della Somme e dalle sue minuziose catalogazioni di fossili, reperti e manufatti umani, ricavò uno studio in tre tomi (pubblicati in poco più di un ventennio tra gli anni ’40 e ’60) che intitolò Antichità celtiche e antidiluviane. Nonostante Boucher sostenesse il contrario, i libri non provavano affatto il succedersi ciclico di età dell’oro e la loro successiva decadenza e distruzione. Provavano però, indirettamente, che ciò che Darwin sosteneva era vero: che reperti umani si trovavano accanto a resti di animali estinti in epoche considerate “antidiluviane”. E soprattutto che nel corso di migliaia, di decine di migliaia di anni c’era stata una sola, faticosa ma costante, marcia ascendente dell’umanità.

A partire dalla metà dell’Ottocento, l’affermarsi dell’evoluzionismo – nonostante le feroci resistenze di coloro che ancora si attenevano al testo biblico – provocò un vero e proprio terremoto culturale che, assieme all’idea del Diluvio Universale, cambiò forse definitivamente la concezione stessa dell’Apocalisse. L’evoluzionismo faceva del presente solo un momento di passaggio di un percorso di centinaia, forse migliaia di secoli. L’idea di una fine del mondo imminente, incombente e soprattutto immediata, concepita secondo gli schemi dei libri sacri del cristianesimo cominciò a sgretolarsi. Questo avvenne – sia chiaro – assai lentamente: rimenando a lungo appannaggio dei ristretti circoli scientifici, culturali e letterari e passando solo gradatamente, e in tempi successivi, nell’immaginario collettivo. L’idea della fine del mondo non sparì, ma cambiò e si dilatò nel tempo. L’Apocalisse non sarebbe avvenuta nei modi previsti dalla Bibbia ma in seguito ad eventi naturali. E, soprattutto, sarebbe molto probabilmente giunta in epoche lontane, talmente distanti nel tempo da avvenire dopo l’estinzione dell’umanità. Magari quando, come aveva teorizzato in quegli stessi anni William Thomson, futuro Lord Kelvin, con la seconda legge della termodinamica (in base alla quale, per inciso, si attribuiva al nostro pianeta perlomeno 20 milioni di anni) la Terra sarebbe divenuta un ammasso di rocce inerti nello spazio cosmico.

TauZero

L’evoluzione secondo le Poste Italiane

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Parlavamo proprio di “bonifica delle immagini” che riguardano l’evoluzionismo ed ecco qua che nel 2009, dopo 150 anni dall’uscita de “L’origine delle specie” ancora si rappresenta l’evoluzione dell’uomo in maniera vittoriana. E questa volta in un francobollo ufficiale delle Poste Italiane. Vabbé consoliamoci col fatto che almeno in Italia ci si è ricordati di questo importante evento.

I falsi miti sull’evoluzionismo: 3. l’uomo deriva dalle scimmie (?)

copia-di-revolution1Un articoletto su Repubblica.it ci da l’occasione per affrontare un argomento spinoso e che fa parte dei falsi miti sull’evoluzionismo. In particolare ad un certo punto dell’articolo si dice: “lo scimpanzè, antenato più prossimo [...]“. La frase messa cosi’ e’ infatti sbagliata. Gli antenati più prossimi della nostra specie (Homo sapiens) non sono le scimmie moderne antropomorfe, ma ominidi ora estinti. Con le scimmie antropomorfe moderne noi intratteniamo una parentela alla lontana. Loro non sono nostri antenati e noi non siamo loro discendenti. Siamo cugini, il che significa che abbiamo nonni e bisnonni in comune. Come e’ stato spiegato col precedente ottimo post su Alberi, scale e cespugli, tutto nasce da una interpretazione sbagliata del processo evolutivo. evo-4Come si puo’ vedere dalla figura la rappresentazione a cespuglio e’ la corretta.

Stiamo usando questo articolo su Scientific American come traccia ma nessuno ci impedisce di saltare al punto 6, dove oltre a spiegarci la parentela tra uomo e scimmie si introduce un altro concetto errato: l’estinzione delle specie antenate.

3. Se gli umani discendono dalle scimmie, perche’ ci sono ancora scimmie?

Questo argomento sorprendente comune riflette diversi livelli di ignoranza sull’evoluzione. Il primo errore e’ che la teoria dell’evoluzione non insegna che gli umani discendono dalle scimmie; essa afferma che ambedue hanno una antenato comune.

L’errore piu’ grave e’ che questa obiezione e’ equivalente a chiedere “se i bambini discendono dagli adulti, perche’ ci sono ancora adulti?”. Nuove specie evolvono dalla separazione di specie affermate, quando popolazioni di organismi diventano isolate dal ramo principale della propria famiglia e acquisiscono differenze sufficienti per rimanere per sempre distinte. Le specie genitrici possono sopravvivere indefinitamente dopo questo, o possono estinguersi.

Alberi, Scale e Cespugli

copia-di-revolution1

La pubblicazione dell’Origine della Specie è stata per il pensiero occidentale una rivoluzione culturale che ha sconvolto molte delle certezze accumulate fino a quel tempo. Avversata inizialmente da molte persone, fra le quali non pochi scienziati, l’idea di evoluzione è

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oggi ormai diffusamente accettata, ma ciò che molti oggi intendono con questa parola poco ha a che fare con le recenti interpretazioni della teoria proposta da Darwin 150 anni fa.

Quando si parla di evoluzione la maggior parte delle persone pensa a questo processo come ad una lentissima trasformazione graduale di una specie in un’altra, di un pesce in una rana, di una scimmia in un uomo.

Questo gradualismo, a cui Darwin stesso non era estraneo, è l’errore di chi cerca il famoso anello mancante fra uomini e scimmie e, non trovandolo, sostiene che ciò sia una prova a sfavore dell’evoluzione. L’anello mancante non può essere trovato semplicemente perché non esiste: l’evoluzione non è una lunga catena ininterrotta in cui una specie si trasforma in un altra, ma possiede una struttura completamenteevo-2 diversa.

Accanto a questo, un errore più sottile viene spesso inconsciamente ripetuto ed è l’interpretazione dell’evoluzione come una sorta di progresso da una condizione inferiore verso qualcosa di più e di meglio: gli animali sono qualcosa in più delle piante, gli anfibi sono meglio dei pesci perché vivono fuori dall’acqua, i mammiferi sono meglio di tutti e sopra a tutti, ovviamente, l’uomo. Questa visione dell’evoluzione come di una scala del progresso, al cui vertice viene posto sempre l’essere umano, è tanto comune quanto sbagliata: il creazionismo, che con molta fatica si era fatto uscire dalla porta, tenta di rientrare dalla finestra con questa idea della centralità dell’uomo.

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A testimonianza di questo, in moltissimi libri di fine ’800, l’evoluzione veniva spesso rappresentata come un albero, con un tronco ben definito che porta dagli esseri unicellulari, alle radici, su su fino alle scimmie antropomorfe e all’uomo, in una specie di percorso predefinito, una via maestra dell’evoluzione, che rappresenta quasi una preparazione alla venuta dell’essere umano sulla Terra.

La metafora più corretta per spiegare l’evoluzione è, invece, quella di un cespuglio, in cui non esiste una direzione di crescita predefinita, ma ogni ramo genera un ramoscello che a sua volta ne genera un altro e così via in una serie di vie dicotomizzanti. Questo spiega anche perché non ha senso cercare un anello mancante fra due specie: ogni punto di ramificazione rappresenta una specie che è progenitore comune di entrambe e nessun punto in particolare può ambire allo status speciale di “anello mancante”, perché l’evoluzione non è una catena continua, ma un cespuglio più o meno riccamente ramificato.evo-4

Ma come abbiamo potuto prendere questo abbaglio? E come mai un’idea vecchia, del secolo scorso, è ancora oggi così diffusa? Nei libri di testo scolastici, vengono spesso riportati due esempi di evoluzione, che confondono le idee più che chiarirle: l’evoluzione del cavallo moderno a partire dall’antenato Eohippus e l’evoluzione del genere Homo.

A prima vista questi sembrano esempi perfetti di una genealogia lineare: un cavallo delle dimensioni di un cane che cresce sempre più fino ad assomigliare al cavallo attuale ed una scimmia antropomorfa che prima acquisisce abilità manuali, poi cammina in stazione eretta e quindi diventa l’uomo moderno. Ma allora il cespuglio? Questi esempi classici di scala evolutiva non sono altro che rami di un cespuglio che è stato particolarmente sfrondato dalle estinzioni, a tal punto da sopravvivere solo come un ramoscello singolo. Dimenticandoci di tutti i rami estinti, siamo portati a pensare ad una via evolutiva lineare. Ma non solo. Siamo entrati a tal punto in questa idea che i cespugli molto ramificati e complicati non vengono mai portati come esempio dell’evoluzione, proprio perché non è possibile rintracciare in essi un esempio di genealogia lineare.

Cavalli, rinoceronti e tapiri non sono gloriose culminazioni di serie ascendenti all’interno dei perissodattili, bensì tre piccoli ramoscelli spogli, residui di un cespuglio che un tempo dominò la diversità dei grandi mammiferi erbivori. 1

1) Stephen J. Gould, “Il declinante impero delle scimmie antropomorfe”, in “Otto Piccoli Porcellini”, Il Saggiatore

Fabio P.

I falsi miti sull’evoluzionismo: 2. sopravvivenza del più adatto

copia-di-revolution1“Sopravvivenza del più adatto” è un modo colloquiale per descrivere la selezione naturale, ma una descrizione più tecnica dovrebbe parlare di diversi gradi di sopravvivenza e di riproduzione. Infatti, invece che catalogare le specie in base a quanto si adattano oppure no, potremmo suddividerle in base a quanta prole sono in grado di lasciare in certe circostanze. Mettete una coppia di fringuelli che si riproducono in modo veloce ma dal becco piccolo e una coppia che si accoppia di meno ma dal becco largo in un’isola piena di semi come cibo. In poche generazioni la coppia che si riproduce più velocemente potrebbe controllare la maggior parte delle risorse di cibo. Tuttavia se i fringuelli col becco più largo spezzano i semi più facilmente, il vantaggio potrebbe superare quello degli altri. In uno studio pioneristico sui fringuelli delle Galapagos, Petergalapagos-finches Grant della Princeton University osservò questo tipo di popolazioni variare in natura (Scientific American, Ottobre 1991).

La chiave è che la fitness adattativa può essere definita senza far riferimento alla sopravvivenza: fringuelli col becco grande sono meglio adattati per spaccare i semi, indipendemente dal fatto che quella caratteristica abbia un valore di sopravvivenza in alcune circostanze.


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