Archivio per la categoria 'metodo scientifico'

Il caso INRAN

Venerdì 25 Aprile, sulla rivista Espansione, sarà pubblicato un articolo sulla storia della sperimentazione sul mais Bt svolta dall’INRAN, dalla quale si desume la superiorità del mais Bt rispetto a quello convenzionale.

L’articolo è firmato da Piero Morandini, ricercatore all’Università di Milano. Insomma da un addetto ai lavori, non da un ideologo.

Così si svelerà finalmente l’arcano sulle fumonisine e il mais tradizionale.

Alla faccia di chi ha censurato per tanto tempo la ricerca.

Pubblicheremo il PDF dell’articolo quanto prima su questi pixel.

UPDATE Ecco come promesso il file PDF dell’articolo (qui)

Le Diossine, queste sconosciute

Dibenzodioxine“La diossina”, soprattutto dopo l’incidente di Seveso, è diventato uno degli spauracchi dell’età moderna; questo termine viene usato più per il suo valore di propaganda che per il suo esatto significato chimico.

Cerchiamo invece di capire qualcosa di più riguardo questa classe di composti chimici. Intanto non esiste “la diossina”, ma esiste una classe di composti il cui nome scientifico è dibenzo-p-diossine (p sta per para). La struttura della capostipite della serie si trova nell’immagine che apre l’articolo; si tratta di composti triciclici nei quali due anelli benzenici sono connessi da un anello contenente due atomi di ossigeno. Gli atri idrogeni sugli anelli benzenici possono essere sostituiti da diversi atomi o gruppi, e sono le dibenzodiossine clorurate che suscitano particolare preoccupazione per i loro effetti tossici. Con otto posizioni libere, si possono avere dibenzodiossine che contengono da uno ad otto atomi di cloro, ed un vasto numero di isomeri per un totale di 75 composti (chiamati congeneri).2,3,7,8-TCDD La “diossina” per antonomasia è la 2,3,7,8-tetraclorodibenzo-p-diossina (dove i numeri specificano la posizione degli atomi di cloro secondo una numerazione convenzionale), abbreviata in 2,3,7,8-TCDD o semplicemente TCDD, rappresentata qui a fianco. Questa molecola è planare, altamente simmetrica e rigida.

Dalla struttura si può già concludere che questi composti sono chimicamente stabili - quindi persistono a lungo nell’ambeinte e negli organismi; le policlorodibenzodiossine - soprattutto quelle più simmetriche - sono anche poco o ninete polari, per cui più solubili nei solventi organici e nei grassi che nei mezzi acquosi.

Le policlorodibenzodiossine si formano in piccole quantità durante i processi di combustione, specialmente ma non solo dei materiali plastici, vista la naturale tendenza del carbonio ad organizzarsi in anelli benzenici nelle condizioni opportune - come fiamme a bassa temperatura e povere di ossigeno - e l’onnipresenza di ossigeno e cloro; sembra che anche i cloruri metallici sulla superficie delle particelle di cenere abbiano un ruolo importante nella formazione delle policlorodibenzodiossine. Queste sostanze si formano anche durante la sbianca al cloro della carta, e da reazioni parassite che possono accadere durante la sintesi di una certa classe di erbicidi, gli acidi clorofenossiacetici e loro derivati.

La sintesi degli acidi di- e triclorofenossiacetici (2,4-D e 2,4,5-T) si effettua con la reazione fra di- o triclorofenato sodico ed acido cloroacetico in ambiente basico; se la temperatura durante questo processo sale oltre certi limiti (140 °C durante la preparazione del 2,4,5-T), si ha invece la reazione fra due molecole di triclorofenato sodico con formazione di TCDD. Questa reazione è uno degli infrequenti casi di sostituzione nucleofila aromatica, e riesce ad avvenire poichè i due prodotti (TCDD e cloruro di sodio) sono molto stabili e la formazione di NaCl in soluzione produce un forte aumento di entropia. Questo è il motivo della presenza di diossine nell’Agente Orange e della loro formazione a Seveso.

Nonostante le diossine ed in particolare la TCDD siano spesso citate come i più tossici composti esistenti, i risultati degli studi su persone ed animali esposti alle diossine sono meno definitivi. Per esempio, uno studio pubblicato su Environmental Health Perspectives (IF 5.86) nel giugno del 2003 non riesce a trovare alcuna correlazione significativa fra i livelli di TCDD nel siero materno e adverse birth outcomes (risultati avversi della nascita), mentre il rapporto dell’EPA sui rischi delle diossine è stato criticato dalla National Academy of Sciences per avere sottostimato l’incertezza sui rischi per la salute e forse sovrastimato il rischo di cancro.

Con questo non si vuole certo dire che immettere diossine nell’ambiente sia cosa saggia - anzi, la cosa prudente è cercare comunque di minimizzare l’emissione di questi composti. Il panico e l’allarmismo sulle diossine, invece, sono inutili se non dannosi.

Intervista a Telmo Pievani

Monsignor Elio Sgreccia , intervenuto al congresso organizzato dall’Ateneo Pontificio ‘Regina Apostolorum’ sostiene che «non c’è contraddizione tra creazione ed evoluzione, purché si mantengano alcuni punti fermi». Quali sono i punti fermi?

- Primo: l’evoluzione è governata da un disegno superiore;

- Secondo: l’uomo è ontologicamente diverso dalle bestie.

E fin qui, niente da ridire, ognuno è libero di pensarla come meglio crede.

Il problema nasce se, attorno a questi capisaldi privi di fondamento scientifico si costruisce una ‘teoria’, le si dà il nome intrigante di ‘ Intelligent design’ e si pretende di insegnarla nelle scuole come alternativa all’evoluzionismo darwiniano. E se proprio non si riesce a vendere l’I.D. come teoria scientifica, allora basta affermare che neanche il neodarwinismo è una teoria scientifica.

Negli Stati Uniti, una sentenza del Congresso* ha costretto alcuni stati a cancellare la norma che prevedeva di affiancare l’insegnamento dell’I.D. all’Evoluzionismo, ma la faccenda non è chiusa: in piena campagna elettorale sta per uscire nelle sale americane un documentario favorevole al creazionismo.

Abbiamo rivolto a Telmo Pievani qualche domanda, per chiarire le idee a noi e ai lettori di Progetto Galileo.


Progetto Galileo: Gli evoluzionisti spesso non accettano di confrontarsi su un piano scientifico con i sostenitori dell’ID, affermando che questa teoria non può essere considerata scientifica. Il confine tra scienza e non scienza è molto labile, con quali argomentazioni si può affermare la non scientificità dell’ID?

Telmo Pievani: Gli scienziati fanno bene, a mio avviso, a non accettare confronti con creazionisti o neocreazionisti in contesti istituzionali e scientifici che diano una implicita patente di plausibilità all’interlocutore. Devono invece imparare ad accettare il confronto sui media generalisti, per evitare che un pubblico di non esperti sia esposto a opinioni tendenziose senza un contraddittorio ben argomentato. L’ID non è scienza perché non ha una base empirica, non ha inferenze logiche e argomentative fondate e non è nemmeno una buona controversia perché non coglie reali punti deboli del programma di ricerca evoluzionistico. E’ una dottrina teologica o filosofica. Infine, non regge ad un semplice ragionamento per assurdo: se un progettista intelligente fosse stato davvero all’opera nella storia naturale, non sarebbe stato per nulla “intelligente”.


PG: Con quali argomentazioni è possibile sostenere la scientificità della teoria dell’evoluzione? In particolare, la teoria dell’evoluzione è falsificabile?

TP: Certamente. La teoria dell’evoluzione può generare moltissime “predizioni rischiose” che uno scienziato può falsificare o corroborare, anche in laboratorio. La componente storica della spiegazione evoluzionistica, poi, non esclude affatto che sia verificabile e che ipotesi alternative siano sottoposte alla prova dei fatti accertati.

PG: La teoria dell’evoluzione è un “paradigma utile” in termini di capacità predittiva o capacità di fornire soluzioni?

TP: Al momento, è l’unico programma di ricerca in grado di tenere insieme in una cornice coerente i dati in nostro possesso provenienti dalle discipline più diverse, dalla genetica delle popolazioni alla paleontologia. Il nucleo esplicativo è quello neodarwiniano. Si discute poi sull’importanza di singoli fattori, sui ritmi del cambiamento, sull’importanza dei tratti non adattativi e sui livelli di selezione. Ma sono controversie che non intaccano la solidità del programma di ricerca in generale.

PG: In molti criticano l’impostazione negativa della teoria dell’evoluzione. Un teologo come Vito Mancuso e un biologo come Stuart Kauffman sono finiti curiosamente per convergere sull’idea che il caso non basti a spiegare l’enorme varietà di forme su cui agisce la selezione naturale e che l’ordine potrebbe essere una proprietà intrinseca della materia, in grado di emergere spontaneamente in determinate condizioni. Siamo abbastanza lontani dall’ID. A questo livello, un dialogo è possibile? Cosa ne pensi di queste teorie?

TP: Kauffman era partito dall’idea che i processi di autorganizzazione potessero sostituire la selezione naturale e generare una teoria dell’evoluzione alternativa. Poi ha cambiato idea e adesso parla della complementarità fra proprietà emergenti e selezione naturale. Il testo di Mancuso è eterodosso e molto coraggioso, ma si basa sul solito errore di leggere la natura con la lente della teologia. Finisce così per vedere nella natura ciò che non esiste, ovvero un piano finalistico ordinato. Gli elementi di reticolarità del vivente non giustificano in alcun modo l’idea che in natura siano nascosti fini o direzioni preordinate. E’ un salto logico infondato. L’evidenza empirica ci dice che la storia naturale è caratterizzata da una radicale, profonda contingenza. Questo è il dato su cui deve riflettere il teologo, come il filosofo. Non dobbiamo cercare nella natura i fondamenti dei nostri convincimenti teologici, e ancor meno delle nostre credenze. Rischiamo di esserne delusi…

PG E infine una domanda opzionale, mi rendo conto che andiamo un po’ fuori tema. La diffidenza nei confronti della teoria dell’evoluzione mi sembra rientri in una diffidenza generalizzata nei confronti della scienza. L’idea che la scienza e la tecnica non siano strumenti neutri ma contengano in sé una qualche intrinseca negatività è piuttosto diffusa. Per te scienza e tecnologia sono strumenti neutrali?

TP: Non credo proprio che siano neutrali. Sono strumenti umani. Come tali, carichi di opportunità e di rischi al contempo. Il problema è capire come gestire la loro ambiguità. Possiamo farlo rispettando l’insopprimibile curiosità umana, ma decidendo insieme, democraticamente, caso per caso, dove porre eventuali limiti. Di certo, i limiti non possono essere imposti, secondo me, dalla paura, dall’ignoranza e da strutture di pensiero dogmatiche fondate su precetti religiosi che appartengono soltanto a una parte della società.

Andrea Ferrigno


* «The Conferees recognize that a quality science education should prepare students to distinguish the data and testable theories of science from religious or philosophical claims that are made in the name of science. Where topics are taught that may generate controversy (such as biological evolution), the curriculum should help students to understand the full range of scientific views that exist, why such topics may generate controversy, and how scientific discoveries can profoundly affect society

«I membri del Congresso riconoscono che una educazione scientifica adeguata dovrebbe preparare gli studenti a distinguere i dati e le teorie virificabili della scienza da affermazioni religiose o filosofiche fatte in nome della scienza. Per argomenti che possono generare controversie (come l’evoluzione biologica), il programma dovrebbe aiutare gli studenti a comprendere la totalità dei punti di vista scientifici esistenti, il perché tali argomenti possono generare controversie e come le scoperte scientifiche possono influenzare profondamente la società.»

Impact Factor: Blogbabel degli scienziati?

Alla domanda “conosci qualche rivista scientifica autorevole”, moltissime persone risponderebbero con un paio di nomi, Nature e Science. Probabilmente però, la maggior parte delle stesse persone non saprebbe rispondere se gli fosse chiesto “come si calcola l’autorevolezza di una rivista?”.

Con l’Impact Factor (IF).

L’IF è un quoziente che esprime il numero medio di citazioni di un articolo della rivista scientifica X.
Viene calcolato in un modo abbastanza semplice. Si tiene sotto osservazione la rivista per due anni (ad es: 2006-2007) e si tiene straccia di due grandezze: numero di articoli pubblicati e numero di citazioni ottenute da quegli articoli nei due anni. L’Impact Factor per il 2008 della rivista X sarà dato delle citazioni totali sul numero di articoli pubblicati.

Detta così è proprio banale. E infatti lo è fin troppo.

Le citazioni conteggiate, ad esempio, vengono solo da un gruppo di riviste (ampio, ok, ma non del tutto rappresentativo), ovvero da quelle appartenenti al ciruito ISI (la struttura che si occupa dell’indicizzazione).
In secondo luogo, le riviste che pubblicano pochi articoli sono favorite in questo sistema: diminuendo il denominatore, alzo l’IF. Così come lo sono le riviste generalistiche: più settori tratto, più sarò citato. Oppure le riviste che si occupano di pubblicare review su determinati argomenti.

Viene fuori quindi un quadro distorto dell’autorevolezza, che però - a mio modo di vedere - è compensato dal processo di referaggio.
Più una rivista ha in IF alto, più è difficile pubblicarci. I referee tendono ad essere molto più fiscali e a richiedere molte evidenze sperimentali per l’approvazione di un lavoro.
Non solo.
Riviste come Nature e Science, hanno addirittura filtri scientifici precedenti al processo di peer review che valutano subito il peso specifico di una potenziale pubblicazione.

Per concludere, anche se a prima vista l’IF sembra una cazzatella alla BlogBabel o alla Technorati, la comunità scientifica sa prendere contromisure adeguate per mantenere un livello serio - e aggiungo commisurato all’impegno intellettuale - della misura dell’autorevolezza.

Capemaster

Scoperto un errore fondamentale nei modelli atmosferici?

La temperatura superficiale di un pianeta dotato di atmosfera come la Terra dipende dal bilancio fra la radiazione solare assorbita, e la radiazione che viene riemessa dal pianeta verso lo spazio; questa è solo una versione su larga scala dei bilanci di energia be noti nella chimica ed ingegneria.

I gas serra - per primo il vapore acqueo - riducono la trasparenza dell’atmosfera a particolari lunghezze d’onda, cosicchè parte della radiazione riemessa dalla superficie terrestre viene trattenuta dall’atmosfera che quindi si riscalda fino al punto in cui l’aumento di flusso radiativo (la radiazione di corpo nero), che è proporzionale alla quarta potenza della temperatura, ristabilisce l’equilibrio*. Grazie al naturale effetto serra, la Terra è un pianeta con una temperatura superficiale piuttosto mite.

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La fisica al volante

La maggior parte di noi nella vita comune si scontra con i principi che regolano la fisica come la conosciamo noi oggi; ci siamo abituati ormai a tutti gli effetti della teoria delle onde elettromagnetiche, in forma della disponibilità di corrente alternata, di cellulari, TV, radio. Allo stesso modo ormai la chimica è entrata a far parte della vita con l’innumerevole quantità di materiali che usiamo.

Ci sono però alcune branche della fisica che rimangono piuttosto distanti, anche se in realtà governano il nostro vivere quotidiano: fra queste la più elusiva di tutte è la teoria della relatività nella sua accezione Einsteiniana; quella precedente, la relatività galileiana, la esploriamo ogni giorno quando parte l’ascensore o sui dossi du una macchiana, ma quella Einsteiniana la si vede poco.
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Uàlter o Berlusca? Il problema dei sondaggi

La discussione sulla sondaggite, malattia politico-giornalista che fa vedere fischi per fiaschi, sta raggiungendo vette comiche durante l’attuale campagna elettorale Italiana. Non sto qui a dettagliare quello che più volte si è detto. Stavolta mi piacerebbe parlare di un caso che potrebbe far drizzare parecchie orecchie. Correva l’anno del Signore 2005 e il governo tetesko allora presieduto dal cancelliere Schröder aveva indetto elezioni anticipate. Praticamente senza speranza, visto che “tutti i sondaggi” lo davano indietro di una quantità industriale di punti, tra il 10 e il 15%. La campagna elettorale non spostò una virgola nei “trend” dei sondaggi e si concluse a metà Settembre con la situazione che avete a lato nel grafico: DC teteska al 41%, Socialdemocratici al 32%.

 

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Una lezione per tutti

Non sappiamo se le avventure della Carlucci nel mondo della Fisica delle particelle siano finite oppure no. Vedremo nei prossimi giorni che succedera’ e PG vi terra’ informati.

Al di la’ delle valutazioni che ognuno di noi puo’ fare sulla vicenda, di valore politico, culturale o scientifico, credo che il caso Maiani-Carlucci debba servire di lezione per tutti e per il futuro in Italia.

Come abbiamo piu’ volte evidenziato in questo blog e nei nostri blog privati da anni, la scienza non e’ un argomento da bar di cui ognuno puo’ avere opinioni personali.

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Parcelle esattoriali eteree

Il concetto di onda è sempre stato piuttosto intuitivo, basandosi sulla percezione visiva della propagazione delle onde nei liquidi. Lo imparano i bambini da piccoli al mare, ed è sempre stato patrimonio comune del pensiero scientifico. È sempre stato patrimonio comune anche il fatto che le onde si propagano attraverso un mezzo. Quelle del mare attraverso l’acqua; quelle sonore attraverso l’aria o attraverso le corde di un violino; quelle sismiche attraverso la terra; e così via.
Tutti questi concetti, anzi pre-concetti, intuitivi furono alla base di uno delle più grosse cantonate della scienza moderna, l’etere: nel secolo diciannovesimo il progresso della tecnologia e della scienza correlate allo studio delle onde elettromagnetiche fece dei passi enormi; si compresero la natura di tutta una serie di fenomeni, dalla luce alle scariche di statica ai fenomeni magnetici. E si posero le basi teoriche e matematiche della teoria dell’elettromagnetismo, nella forma ormai consolidata e alla base di tutti i sistemi attuali di radio-comunicazione.
Tutti gli scienziati si aspettavano però che la comunicazione avvenisse attraverso un mezzo, e, dato che non si vedeva, si misere di buona lena a descriverlo e quindi a provare ad effettuare delle misure per trovarlo: il mezzo lo chiamarono etere per il suo essere elusivo.
Questo pensiero comune a praticamente l’intero establishment scientifico dell’epoca, con una maggioranza raramente ritrovabile nella storia della del pensiero empirico galileiano, era dettato dal più ovvio buon senso, ovvero il fatto che poter far propagare un qualcosa ci volesse un qualcos’altro.
Malgrado l’ovvietà dell’etere e a causa del fatto che non si riuscisse a mettere su una misura una che ne provasse l’esistenza, successe che due scienziati, Michelson e Morley, concepirono un esperimento molto interessante per cercare tracce del “vento” associato all’etere per via dei movimenti di rivoluzione della Terra nello spazio. L’esperimento diede un risultato univoco e difficile da degludire: l’etere non c’era, per cui la propagazione elettromagnetica avviene nel vuoto. Un concetto forte da comprendere e che solo grazie ad altri scienziati di grandissima levatura, fu chiarito nella sua interezza nei decenni a cavallo tra il diciannovesimo e il ventesimo secolo.
Un concetto che una persona comune tipicamente non conosce e non riesce a gestire con la sola immaginazione. Tantopiù che la parola stessa, etere, è rimasta di uso comune per più di cento anni in tutte le lingue malgrado sia sostanzialmente sbagliata. E, oltre a non aver senso linguistico, la parola etere è alla base di una delle più strane interpretazioni del diritto in materia di demanio pubblico, ovvero la regolamentazione, assognazione e pagamento delle frequenze.
Ora, mentre è sacrosanto che le frequenze debbano essere regolate, dato che non facendolo si rischierebbe di avere un bailamme di stazioni tutte una sopra all’altro e tutti potrebbero trasmettere sulle frequenze di emergenza di polizia e croce rossa, un mistero della storia del diritto rimane il fatto che esse vengano trattate come un demanio pubblico con un valore di mercato. E quindi sottoposte a tutela ministeriale durante l’atto della vendita, fenomeno comune a tutti i paesi industrializzati.
La questione di fondo è che sostanzialmente si vende, a volte con procedura d’asta, la possibilità di usare il vuoto. Che questo abbia delle proprietà interessanti è pacifico, ma rimane vuoto. Numeri alla mano, anche nel vuoto più assoluto (concetto non esistente nella teoria quantistica moderna) le onde elettromagnetiche vanno a passeggio indisturbate. Per cui addirittura venderlo rimane per lo meno un atto coraggioso.
Viene da pensare che, chi lo compra, non sa che sta comprando il nulla. Un nulla interessante, ma pur sempre nulla.
PS: a coloro che si sono eccitati nel vedere che “la scienza sbaglia”, volevo far notare che la storia dell’etere in realtà prova il contrario: la scienza è un processo continuo di sperimentazione, misura, modellizzazione e previsione. Il costrutto teorico galileiano si è prestato a tutte le prove possibili e immaginabili e si è sempre dimostrato ovvio e funzionante. E nel caso in questione ha funzionato da manuale.
Quello che la storia dell’etere in realtà prova è semplicemente che la scienza non è un’istanza democratica: non ha ragione la maggioranza ma neanche la minoranza; ha ragione solo chi porta le misure riproducibili. Al limite anche uno contro tutti gli altri.
Insomma, come si dice in gergo, il consenso tra scienziati non è scienza.
Carletto Darwin

L’evoluzionismo non è una ideologia politica

Approffitto di un episodio avvenuto qualche giorno fa a Verona, a cui sono venuto a conoscenza quasi per caso, per chiarire alcuni punti del pensiero scientifico che dovrebbero essere chiariti .

E’ stato organizzato un Darwin Day a Verona dalla locale associazione dell’UAAR, ospitato dalla Società Letteraria di Verona. Ho trovato riportati articoli della stampa locale, del quotidiano L’Arena, a cui non posso accedere direttamente. Quindi riporterò i pezzi trovati nelle Ultimissime del sito dell’UAAR. Se qualcuno riuscisse a darmi link all’originario ne sarei grato.

Non voglio entrare nelle polemiche relative a religione, all’associazione UAAR o alla faccenda del Papa e la Sapienza. Ciò che vorrei invece sottolineare è il comportamento incredibile di alcuni politici e le loro richieste a dir poco assurde.

In particolare le dichiarazioni di Ciro Maschio (consigliere di AN):

 

«[...] ciascuno a Verona è libero di dire ciò che vuole e di organizzare convegni a spese proprie dove preferisce, ma non lo faccia in una istituzione che riceve finanziamenti dall’amministrazione comunale e soprattutto non senza garantire il pluralismo».

 

E ancora Lorenzo Fontana (Lega):

 

“sottolinea come la mancanza di contraddittorio, su un argomento che fa discutere l’ambiente scientifico, sia «espressione di una presa di posizione ideologica»”

 

Tralasciando la questione finanziaria per cui molte lobbies e associazioni culturali e religiose hanno denaro e spazi pubblici dalle istituzioni, ma appena qualcuno tocca argomenti scientifici bollenti questo fa scandalo. Tralasciando questo dicevo, fa veramente sorridere l’espressione “non senza garantire il pluralismo”.

Non credo di aver mai assistito ad una lezione di biologia (in questo caso del professor Fusco) in cui un consiglio comunale chiedesse il contradditorio per garantire il pluralismo. E neppure che qualcuno chiedesse che ad un convegno di fisica ci fossero come ospiti degli opinionisti per garantire il contradditorio (forse l’esperta di “fisica della particella” Carlucci l’avrebbe richiesto). Le diatribe tra scienziati sono e rimangono all’interno della normale dialettica accademica e non hanno alcun bisogno di “spintarelle” di politici.

L’evoluzionismo, per quanto la società lo abbia rivestito di connotati ideologici e di partigianeria, è un argomento scientifico, non ideologico né politico. E non è un “argomento che fa discutere la comunità scientifica“. Non nel senso che intendono loro almeno. La comunità scientifica si interroga e discute sui meccanismi alla base dell’evoluzionismo, ma non sull’evoluzionismo in sè.

Ma soprattutto il pluralismo di cosa? Citando la lettera con cui la Società Letteraria si difende dalle accuse:

 

“Non ci risulta che la comunità scientifica internazionale e il mondo accademico abbiano mai preso le distanze dalle teorie di Darwin, contrapponendovi teorie alternative.”

 

Il fatto è che a tuttora non esiste alcuna spiegazione ufficiale alternativa all’evoluzionismo e anche se esistesse non devono di certo essere i politici a pretendere un contradditorio. Se il riferimento, non tanto velato, è all’ID (Intelligent Design), esso non ha alcun valore scientifico e neppure logico se vogliamo dirla tutta.

La scienza non è un argomento come gli altri, di cui si può discutere al bar ed ognuno può avere la sua opinione. Non è neppure (o non dovrebbe essere) una bandiera ideologica da utilizzare per i propri scopi elettoralistici. L’evoluzionismo dà una spiegazione al fenomeno naturale, non una valenza etica dello stesso. Esattamente come un fisico si appresta a studiare il comportamento degli elettroni in un atomo, un naturalista studia gli strati geologici del passato per capire i meccanismi della vita. Perché il secondo viene tacciato di prendere una “posizione ideologica” mentre il primo no?

Quando studio le ossa di un Ittiosauro sto cercando di capire i meccanismi della natura o sto supportando un’ideologia?

Quando da un esperimento ho dei dati, numeri quantificabili e replicabili e li pubblico in una rivista sto convalidando i miei esperimenti o sto facendo propaganda ideologica? E se la comunità internazionale scientifica li accetta come veritieri fanno tutti parte di una lobby ideologica?

La scienza si muove diversamente rispetto a politica, letteratura, gossip, moda o arte. Non è un oggetto di discussione di cui ognuno può avere una propria opinione.

E’ uno strumento di conoscenza che permette di arrivare a conclusioni condivise dalla maggior parte di scienziati possibili, in base a dati verificabili, riproducibili ed evidenti. Essa è l’unico strumento umano i cui feedback le permettono di autocorreggersi continuamente e di mettersi in dubbio grazie a correzioni, rivoluzioni e perfezionamenti.

Fabristol

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