Archivio per la categoria 'genetica'

Mutazioni d’agenzia

01-coll-dna-knoll-lSecondo l’AGI, Agenzia Italia di notizie, da una ricerca canadese sui cervelli dei suicidi si dimostrerebbe che l’abuso psicologico fin dall’infanzia puo’ mutare il nostro genoma. Nel lancio di agenzia si parla espressamente di mutazioni genetiche. Lo stesso termine poi e’ stato ripreso da siti e blog. Ho trovato anche nel Corriere.it il lancio di agenzia con il titolo “Cervello: gli abusi subiti da piccoli causano mutazioni genetiche”.

Davvero non ci aspettavamo una notizia del genere. Se davvero fosse vero potrebbe rivoluzionare il modo in cui vediamo la biologia. Ma e’ veramente cosi’?

Leggendo l’articolo di Michael Meaney tutto si ridimensiona. E magari anche i giornali stranieri.

Lo studio parla di cambio nell’espressione di un gene (quello per il glucocorticoide) ma non di mutazione genetica. Per mutazione genetica si intende ogni modificazione stabile dei nucletotidi o del genoma. In poche parole una base chimica che costituisce il DNA puo’ essere cambiata o eliminata o aggiunta. Nel nostro caso invece viene cambiata l’espressione di un gene: cioe’ le modalita’ (per esempio quantita’ o qualita’) di recettore prodotto a partire da quel gene. Trattasi di una cosa normale all’interno della cellula. La “lettura” e “traduzione” del DNA e’ dinamica, non fissa. Cioe’ cambia a seconda delle esigenze. Per esempio l’uso continuato di una farmaco o di una sostanza puo’ cambiare la quantita’ di recettori prodotti a partire da un gene. La cellula parla con il DNA e gli chiede quanto recettore vuole e come lo vuole.

Quello che forse ha tratto in inganno i maldestri traduttori dell’agenzia e’ che si parla di cambio nella metilazione degli esoni di un promotore. Detto in poche parole quando il DNA viene metilato non puo’ essere letto. E’ quindi una forma di regolazione dell’espressione genica ma non vi e’ alcuna mutazione del genoma. Trattasi infatti di epigenetica, cioe’ la modificazione o regolazione di espressione, produzione e silenziamento del DNA.

Non e’ un errore di poco conto e sarebbe bastato avere nella redazione di AGI Salute un biologo per ovviare a questo problema.

Altro fango sugli OGM: il turno dei fantomatici cani OGM sofferenti

chinese_crested_dogSpesso ci e’ capitato di difendere gli OGM dalle accuse piu’ assurde degli anti-OGM paragonando la produzione di OGM alla selezione operata dagli allevatori attraverso anni o secoli di incroci animali o vegetali. E’ un paragone calzante che aiuta spesso a ridimensionare le paure e la disinformazione instillate dagli anti-OGM; ma rimane pur sempre un paragone. Organismi Geneticamente Modificati (ovvero gli OGM) sono animali il cui genoma e’ stato alterato usando tecniche di ingegneria genetica; gli OGM quindi non sono animali selezionati dagli allevatori tramite incroci.

Quando ho letto questo articolo sul Corriere.it sono rimasto sbalordito. Da quando in qua vengono prodotte razze canine OGM per il commercio? A quanto mi risulta non esistono cani OGM in commercio. Se qualcuno ne ha notizia ce lo faccia sapere. L’articolo si riferisce alle razze canine “modificate geneticamente”, salvo poi aggiungere ogni tanto “dagli allevatori”. Si fa un elenco delle razze canine piu’ stravaganti dal punto di vista estetico e le si definisce “sofferenti”. Non so con quali strumenti si possa dimostrare la sofferenza di una razza canina. Forse sono gli stessi con i quali si puo’ dimostrare che una etnia umana soffre ad essere pigmea o obesa. Molte di queste razze esistono da prima che il Dna fosse scoperto da Watson e Crick. Quindi veramente non si capisce quale e’ il nesso tra OGM e razze canine. E quale e’ il nesso tra OGM e sofferenza.

Una ricerca veloce su Google e inserisco Pasqualino Santori e la notizia rimbalza su altre agenzie. Mmm, allora forse non e’ un errore della giornalista del Corriere.it. Forse e’ il comunicato ufficiale del Comitato Bioetico dei Veterinari ad aver diramato una notizia inesatta. Ed e’ di certo grave che un comitato di veterinari non conosca la differenza tra un OGM e un animale ottenuto da incroci da allevamento. Anche perche’, se proprio di malattie e sofferenze dobbiamo parlare, e’ proprio a causa degli incroci tra consanguinei che una razza diventa debole, portatrice di malattie congenite e forse sofferente. Invece se una razza canina fosse selezionata utilizzando tecniche di ingegneria genetica per ottenere un carattere desiderato non ci sarebbe alcun bisogno di incroci tra consaguinei. Quindi alla fin fine sarebbe meglio utilizzare cani OGM piuttosto che razze ottenute tramite incroci.

Ma soprattutto, dove vogliono arrivare i rappresentanti di questo Comitato di Bioetica? Dobbiamo sterilizzare tutte le razze canine che sono sofferenti? E chi decide se una razza canina e’ sofferente? Un Comitato Bioetico di Veterinari che non sa neppure cosa e’ un OGM?

UPDATE

L’articolo del Corriere e’ stato modificato: ora nel link dalla pagina principale non sono piu’ “cani OGM” ma “razze estreme”. Ma nell’articolo rimane “razze OGM”.

Attenzione al grano radioattivo

Insidiose radiazioni si nascondono nei cibi più familiari: pane e pasta. E se le radiazioni non bastassero a spaventarvi, allora sappiate che nel famigerato grano Creso è presente “una modificazione della sua proteina e in particolare di una frazione di questa, la gliadina“. E se questo non vi ha ancora terrorizzato a morte, ecco il colpo di grazia: “la mutagenesi [...] è in grado d’introdurre nell’organismo invaso una frequenza vibratoria del tutto anomala. Un messaggio elettomagnetico “intruder” [...] che creerebbe alterazioni a livello della membrana cellulare dei sistemi biologici“. Questa “vibrazione” provocherebbe “malattie delle orecchie, del naso e della gola; malattie reumatiche: osteoarticolari, artriti, spondiliti, artrosi; malattie del digerente: coliti, gastriti, ulcere” eccetera (l’elenco è lungo). Per non parlare delle malattie “del terzo corpo o emozionale“: ansia, depressioni, malinconie. E soprattutto dipendenza.

Il responsabile di tutto ciò sarebbe il grano Creso, una varietà di grano duro largamente utilizzata nel mondo per la produzione di pasta e pane. A denunciare questi opinabili rischi correlati al consumo del cereale è Danilo Arona, in un articolo pubblicato su Carmilla dal titolo di “Mutagenesi”.

Di grano Creso ha già ottimamente scritto Dario Bressanini su Scienza in cucina. Si tratta di una varietà di grano duro ottenuta per irradiazione con i raggi gamma. Si tratta di una tecnica piuttosto grossolana utilizzata negli anni ’70, quando non si avevano le conoscenze odierne in fatto di manipolazione genetica. Il principio è quello di indurre delle mutazioni casuali (usando un qualsiasi agente mutageno, radioattivo o chimico, come la colcichina). La maggioranza delle piantine moriranno a causa di mutazioni letali; però tra le sopravvissute qualcuna potrebbe presentare delle caratteristiche interessanti. Il creso, in particolare, ha una resa maggiore. È un po’ come cercare di aggiustare un televisore prendendolo a martellate. Oggi, al contrario, i biotecnologi sono in grado di agire su singoli geni specifici.

Ma questo fa del creso un grano “radioattivo”? Cioè, è corretto scrivere che “tutti noi da un trentennio circa a questa parte c’ingeriamo pane ai raggi gamma e brioche al cobalto“?

Assolutamente no, ovviamente le radiazioni non si tramandano di generazione in generazione, si ereditano soltanto le mutazioni. Il fatto che dei semi siano stati irraggiati negli anni ’70, non implica che dopo almeno quaranta generazioni, le piante siano ancora radioattive. Sarebbe come dire che fra mille anni i discendenti dei bombardati di Hiroshima saranno ancora radioattivi.

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La Palin e la Drosophila: quando parlare di mosche può costare la presidenza USA

Vedere UPDATE in basso.

Libera scienza in libero stato. Ovvero mai mischiare scienza e politica. Lo sanno bene i ricercatori i quali si vedono tagliare fondi per giochi politici o farsi dare lezioni da improvvisati fisici. Spesso il futuro di una nazione (e del benessere e salute dei cittadini) dipende dalle scelte intelligenti o sciocche di chi ha il potere politico. L’ultima invasione di campo di un politico nel terreno minato della scienza viene dagli USA. Sarah Palin, nel video che vedete qui sotto, rimarrà nella storia come la fonte di esilaranti barzellette negli anni a venire per i laboratori di tutto il mondo.

“[...] You’ve heard about, um, these — some of these pet projects they really don’t make a whole lot of sense, and sometimes these dollars they go to projects having little or nothing to do with the public good. Things like fruit fly research in Paris, France. I kid you not!”

Traduzione:

“Avrete sentito di, um, quei, alcuni di quei progetti sugli animali* che veramente non hanno gran senso, e qualche volta questi dollari vanno per progetti che hanno poco o nulla a che fare con il bene pubblico. Cose come la ricerca sui moscerini della frutta a Parigi, Francia. Non sto scherzando! (risate)”.

La signora Palin ovviamente non sa neppure di cosa sta parlando. E quando non si sa di cosa si sta parlando si rischia di fare delle figuracce grossolane come questa. Il moscerino della frutta, anche noto col nome scientifico di Drosophila melanogaster è insieme a topo e ratto la specie che ci ha dato più informazioni sulla fisiologia, sulla genetica, sulla patologia, perfino sul comportamento e sulle neuroscienze umane. Dalla ricerca su Drosophila abbiamo ottenuto tra le informazioni più utili in biologia degli ultimi cinquant’anni. Basti pensare che il moscerino viene usato come modello animale per le malattie genetiche e neurodegenerative umane come Parkinson, Alzheimer, oltre a cardiopatie, diabete, cancro. Drosophila presenta il 75% di omologia di malattie genetiche con l’uomo. Ma questo è niente: embriogenesi, manipolazione genetica, visione, comportamento. Praticamente Drosophila è un modello perfetto (anche rispetto a mammiferi come topi e ratti) perché piccolo, si riproduce in modo velocissimo, conosciamo il suo genoma e possiamo modificarlo in modo efficace.

Come ricorda Rutherford sul Guardian poi, la Palin ha fatto largo uso nella campagna elettorale della sua situazione familiare. Un figlio infatti ha la Sindrome di Down. Magari le farebbe piacere sapere che esistono in tutto il mondo decine di laboratori che studiano la Drosophila come modello per comprendere la patofisiologia della Sindrome di Down e che un paper pubblicato proprio nel giorno del suo discorso definiva la ricerca su Drosophila come promettente per la patofisiologia della Sindrome di Down.

Oltre a questo vogliamo ricordare che la signora Palin potrebbe diventare vicepresidente della più potente e influente nazione del pianeta.

*Pet in inglese significa animale da compagnia o da appartamento. Ma pet project significa anche piccolo progetto. In tutti e due i casi la Palin lo usa in modo spregiativo.

Fonti: Huffington Post e The Guardian

UPDATE:

Parziale retifica. A quanto pare la Palin si riferiva ad un’altra fruit fly, e precisamente una specie che infesta le olive in California e per la quale sono stati chiesti finanziamenti per il suo studio, e per la possibilita’ di debbellarla. Il problema comunque rimane: primo perche’ la Palin, o chi per lei ha scritto il discorso, ha usato un termine unanimamente riconosciuto in campo scientifico per indicare la Drosophila (per quanto fruit fly non sia corretto dal punto di vista della nomenclatura questo e’ il nome che viene comunemente utilizzato in tutti i laboratori). Ed infatti in tutto il mondo, tutti i mass media hanno pensato alla Drosophila. Il fatto poi che la Palin o il partito non abbiano corretto il giorno dopo le illazioni sul suo discorso la dice lunga sulla loro scarsa conoscenza del problema; secondo perche’ l’infestazione della olive fruit fly in California sta producendo danni enormi, per quella che e’ definita come una delle industrie piu’ redditizie della California, insieme a vino e prugne. Salvare gli oliveti significa salvare l’economia della California. E non mi sembra poco. E comunque se si trovera’ la possibilita’ di debellare la olive fruti fly ancora una volta sara’ grazie agli studi pioneristici sulla Drosophila. In un modo o nell’altro la ricerca di base sulla Drosophila ha applicazioni in tutti i campi della biologia. Insomma anche in questo caso la Palin ha fatto una pessima figura.

Fabristol

C’è clonazione e clonazione

Secondo un recente sondaggio Eurobarometro, la grande maggioranza degli italiani (78.8%) dichiara di conoscere il significato del termine clonazione animale, anche se poi solo un terzo (31.3%) è cosciente del fatto che tale processo non preveda la “modificazione genetica”. Per una volta siamo in buona compagnia: l’ordine con cui si sono classificati i paesi europei riserva delle sorprese inattese. Il sondaggio prosegue con diverse domande riguardanti la moralità, l’appetibilità, l’etichettatura dei generi alimentari eventualmente prodotti a partire da animali clonati, con risposte abbastanza scontate.

«Il 79 % degli italiani – sottolinea la Coldiretti – conosce infatti in cosa consiste la tecnica della clonazione animale, ma ritiene che siano chiari gli effetti di lungo periodo sulla natura (81 %), che potrebbe compromettere la biodiversità (63 %), che causi sofferenza agli animali (52 %) e che sia moralmente sbagliata (69 %). Il 64 % ritiene pertanto che la clonazione a fini alimentari non sarebbe mai giustificabile con la maggioranza dei cittadini che non comprerebbe mai latte o carne da animali clonati e per questo il 78 % ha dichiarato che un sistema di etichettatura dovrebbe essere reso obbligatorio qualora fossero venduti prodotti derivati dalla progenie di animali clonati.»

Ma, aspettate un attimo, in pratica di che animali e prodotti si sta parlando?
In zootecnia, per ottenere numerosi individui geneticamente identici si utilizza una tecnica messa a punto nella prima metà degli anni ’80: lo splitting degli embrioni. Questo si ottiene fecondando in vitro un ovulo e dissociando la blastocisti formatasi prima dell’impianto nell’utero – lo stesso meccanismo che genera i gemelli. Ciò porta alla nascita di individui identici fra di loro, ma geneticamente diversi dai loro genitori.

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L’evoluzione dell’uomo si è fermata. Ma perchè, dove stava andando?

Per una volta Progetto Galileo non è qui a fare le pulci ai giornalisti che stravolgono e deformano i risultati di una qualche ricerca scientifica, bensì alla ricerca scientifica stessa.
Stiamo parlando della lecture del professor Steve Jones, qualche giorno fa riportata dal TimesOnline e dai giornali italiani, secondo cui l’evoluzione dell’uomo si sarebbe pressochè fermata. Il dubbio che la colpa sia dei giornalisti viene fugato dalla voce stessa di Jones in un’intervista alla BBC. Il dubbio che ci sia qualcosa che non quadri in quel che dice, invece, è più difficile da fugare.
Alla perplessità contribuisce anche la semplificazione con cui viene riportata la notizia, tanto dal TimesOnLine quanto dal Corriere o da laStampa. Repubblica questa volta entra un po’ più nel merito, addirittura sottolineando che “Naturalmente non tutti i colleghi del professor Jones concordano”.
Ma è leggendo la versione del Telegraph che si chiariscono un po’ di cose.
Innanzitutto qui non si cerca di suggerire implicitamente che 888 figli diviso 60 anni corrispondono ad una media di 1.2 rapporti al giorno (quell’1.2 evidentemente viene da altre stime); si spiega esplicitamente perchè è più determinante l’età del padre, rispetto a quella della madre, nel determinare il numero di possibili mutazioni della progenie (la produzione di spermatozoi è continua, mentre gli ovociti vengono prodotti una volta sola, prima ancora della nascita); e chiarisce anche quello che in tutte le altre versioni sembra un vero e proprio paradosso: da una parte infatti si dice che le mutazioni sono più probabili con l’aumentare dell’età del padre, e dall’altra si dice che questo ha portato ha una diminuzione del numero di mutazioni nella popolazione attuale. Sembra un paradosso perchè tutti quanti hanno in mente che nelle società moderne l’età media dei padri è aumentata, rispetto al passato, non certo diminuita. Ed è solo il Telegraph che si sente in dovere di chiarire che il problema non è tanto l’età media, quanto l’estensione della coda alta della distribuzione: oggi, cioè, si inizia a fare figli ad un’età maggiore di quella di una volta, ma allo stesso tempo ci si ferma prima.
Ma tutto ciò è semplicemente imprecisione e semplificazione, se vogliamo imputabile ai giornalisti e, per questa volta, non è di questo che vogliamo parlare. Vorremmo parlare invece dei dubbi, forti, all’idea stessa che sta alla base della tesi del professor Jones, e di come questa idea, se intesa letteralmente, rinneghi quasi completamente i principi più generali e profondi che la teoria dell’evoluzione ci ha insegnato, da Darwin in poi.
Jones sembra procedere evidenziando alcuni meccanismi fondamentali del processo evolutivo nella specie umana, e mostrando che ciascuno di essi abbia, oggigiorno, ridotto notevolmente la sua efficacia. In particolare considera meccanismi di generazione di variabilità genetica:
  • una riduzione della più importante causa di mutazioni nella popolazione — la nascita di figli da padri in età avanzata,
  • la scomparsa di ogni barriera di spostamento fisico fra le diverse popolazioni del pianeta — popolazioni di una stessa specie che restano a lungo separate presentano variazioni (polimorfismo) nelle frequenze delle diverse forme di ogni gene (alleli) dovute essenzialmente al casualità con cui la popolazione iniziale si è suddivisa (effetto del fondatore, deriva genetica),
  • una consistente riduzione della pratica della poligamia

e genericamente i meccanismi selettivi:

  • una ridotta “selezione” della popolazione, in brutali termini di morti prima della riproduzione.
Ora, sui primi si potrebbe anche discutere (ad esempio se siano capaci di generare più variabilità le derive genetiche di popolazioni isolate, o un mescolamento globale dei geni di tutte le popolazioni), tenendo però presente che la nostra è già una specie a variabilità genetica molto bassa rispetto a quella delle altre specie, e non da qualche secolo a questa parte, ma sin dal tardo Pleistocene, quando la popolazione umana era ridotta a un piccolo numero (un migliaio) di coppie genitoriali con la conseguenza di un pool genico residuo molto ristretto (catastrofe di Toba).
Ma è l’idea di fondo, la concezione stessa di evoluzione che è implicitamente assunta nell’ultimo punto, che vogliamo mettere in dubbio.
Per definizione, l’evoluzione non puo’ fermarsi, perchè è la tautologia della sopravvivenza del più adatto. Quel che può succedere, semmai, è un cambiamento del concetto di “più adatto” (fitness). Del resto, a parte alcune rare situazioni come quella di malattie genetiche mortali, non esiste un concetto di fitness univoco ed indipendente dall’ambiente. Per cui quando si dice che la ridotta mortalità (infantile) annulla l’eliminazione dei meno adatti, bisognerebbe specificare per cosa sarebbero meno adatti. E allora il discorso si sposterebbe non tanto sul fatto che esista ancora o meno un processo evolutivo in atto nell’uomo, ma su quali siano le eventuali pressioni evolutive che l’ambiente starebbe esercitando su di lui. E allora si scoprirebbe, per esempio, che se non siamo cambiati molto morfologicamente dai primi esemplari di Homo sapiens, esistono invece differenze significative sul piano del sistema immunitario. Non ha molto senso, dunque, considerare i “soliti” meccanismi evolutivi come fossero la definizione stessa di evoluzione.
Del resto sin da subito, per l’uomo, non è più stata un’evoluzione “solita”, visto che, con la domesticazione di piante ed animali, ha cominciato ad adattare attivamente l’ambiente a se stesso, invece del contrario, e a ritmi incredibilmente più elevati di quelli tipici dell’evoluzione darwiniana. Se dunque l’ambiente non esercita pressioni evolutive perchè non cambia (o, a maggior ragione, perchè cambia in maniera da assecondare le esigenze dell’uomo) perchè mai dovremmo osservare un’evoluzione nell’uomo?
Questo, ancora una volta, sottintende proprio l’altra distorsione con cui, molto frequentemente, si interpreta il processo evolutivo, e cioè come di un processo lineare dalle magnifiche sorti progressive. La vera metafora dell’evoluzione non è quella di una scala, ma di un cespuglio: non avanza, semplicemente si ramifica ampio e rigoglioso.
Certo, se vista su scala globale, a livello di tutta la biosfera, possiamo leggere fra le righe una sorta di “crescita”, ma si tratta di una crescita in complessità dovuta al fatto che ogni nuova speciazione si trovava a dover far fronte ad un ecosistema già altamente strutturato: quando comparvero per la prima volta, i batteri avevano di fronte una biosfera molto diversa da quella attuale. Oggi i batteri non si sono estinti (al contrario, sono gli organismi più diffusi nella biosfera), ma le altre forme di vita che si sono sviluppate dovevano essere capaci di muoversi in un ambiente più complesso. Ma quest’aumento di complessità che si evidenzia, in prospettiva, nell’evoluzione della biosfera, non è una caratteristica dell’evoluzione delle singole specie: non esistono pressioni selettive che portano inesorabilmente ad una maggiore complessità, bensì la complessità è un effetto collaterale che si presenta a volte nel dover trovare una risposta adattiva ad un ambiente già strutturato. Ancora una volta: l’albero della vita non avanza, sono le sue ramificazioni che si moltiplicano.
Anche solo pensare che l’evoluzione dell’uomo possa fermarsi è l’ammissione stessa dell’errore di pensare ad essa come a qualcosa che avanzi.
hronir

No al mais OGM, ma sì alle zanzare OGM

Interessante articolo di Anna Meldolesi apparso su Il Riformista di oggi 1 Luglio. Nota: non ho trovato il pezzo sulla rassegna stampa della Camera o sul sito del Riformista, ma qui.

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“Chissà cosa ne pensano il ministro ombra dell’ambiente Realacci, il responsabile ambiente del Pd Della Seta e gli altri ecologisti che sono sopravvissuti allo tsunami elettorale sparpagliati qua e là tra Ong e minicorrenti. Un gruppo internazionale di ricerca, guidato dall’italiano Andrea Crisanti dell’Imperial College London, ha intenzione di effettuare esperimenti con zanzare Ogm nel nostro paese, per cercare di capire se è possibile applicare la strategia degli insetti sterili alla lotta contro la malaria. Lo ha anticipato l’Ansa qualche giorno fa e ieri Repubblica ha rilanciato la notizia. Ma da una rapida consultazione dei siti web nostrani – dai verdi, a Legambiente, alla Fondazione per i diritti genetici – non emergono pronte reazioni da parte del mondo ecologista. Eppure le zanzare se ne vanno in giro più del polline e a differenza degli innocui vegetali possono trasmettere malattie pericolose per l’uomo. Possibile che le preoccupazioni per la salute umana e la tutela dell’ambiente scompaiano quando si parla di modificare geneticamente un insetto che punge l’uomo anziché un docile semino di mais?

Per cercare una spiegazione si può partire dalla più classica delle domande: chi ci guadagna? Le zanzare Ogm al momento si presentano come un business piuttosto inconsistente, roba da filantropi più che da speculatori, tant’è vero che la gran parte dei fondi internazionali destinati al settore proviene dalla fondazione di Bill Gates. Inoltre nessuna lobby politica o economica in Italia si sente minacciata dagli insetti Ogm.Tutto il contrario degli Ogm in campo agrario: qui ci sono le famigerate multinazionali dell’agribusiness, che ormai nell’immaginario di certa sinistra hanno rubato la scena persino all’industria delle armi. E soprattutto c’è la lobby contraria, con la stanza dei bottoni nella sede di Coldiretti, che non deve essere meno potente se è vero che da noi sono bloccate persino le sperimentazioni universitarie più banali. I berretti gialli hanno trovato nelle sementi Ogm uno strumento propagandistico efficace a vantaggio del made in Italy, ma perché dovrebbero sgolarsi contro le zanzare Ogm che non si prestano a sostenere nessuna campagna protezionistica? Il ragionamento fila, ma c’è anche una seconda spiegazione, che completa la prima e riserva qualche clamorosa sorpresa. In realtà Coldiretti è coinvolta in prima linea nello sviluppo della tecnica degli insetti mutagenizzati in Italia, essendo uno dei soci fondatori del CentroAgricoltura e Ambiente «Giorgio Nicoli» insieme ad altri soggetti tradizionalmente contrari alle biotecnologie come il Wwf e la provincia di Bologna. Continua a leggere ‘No al mais OGM, ma sì alle zanzare OGM’

Organismi Giornalisticamente Modificati #2

ultracorpi.jpg

Il nostro affezionato lettore filosofoportatile due giorni fa ci ha segnalato una notizia flash del Corriere che parlava di un allarme OGM. Il link non funziona più, ma grazie alla cache di big G abbiamo il PDF.

Siccome quell’allarme mi ha insospettito, ho fatto ciò che ogni buon giornalista dovrebbe fare: mi sono procurato il lavoro originale e l’ho letto.

A questo punto potrei fare due post, uno breve e una lungo. Partiamo con quello lungo.

L’articolo è pubblicato su una rivista ottima (Impact Factor: 4.825) e fornisce la prova di quanto si sospettava da tempo: le piante transgeniche impollinano (e aggiungo io vengono a loro volta impollinate da) piante “relatives“, parenti.
In questo lavoro in particolare è stato visto che la resistenza all’erbicida glyphosate è stata trasferita (gene flow) da Brassica napus (colza) a Brassica rapa.

Delle 200 piante ibride identificate nel primo anno (2001) al 2005 ne erano rimaste 5 (sic!) in uno solo dei due siti dove erano state originariamente trovate. Non solo: a testimoniare la grande pericolosità delle piantine ibride, lo studio riporta calo della fertilità maschile (polline). Dei veri mostri in grado di conquistare il mondo.

Continua a leggere ‘Organismi Giornalisticamente Modificati #2′

Da Okinawa a Ovodda

atenesardauomo.jpgL’altro giorno su BBC 2 ho visto un documentario che aveva per oggetto la longevita’ umana. Venivano presentati due luoghi nel pianeta dove la longevita’ umana e’ piu’ alta della media e dove il numero di centenari e’ incredibilmente alto rispetto alle regioni limitrofe. Questi due luoghi erano l’isola giapponese di Okinawa e la Sardegna.

Nel primo caso veniva fatto notare come la longevita’ degli abitanti di Okinawa e’ incredibilmente alta, anche rispetto alla media giapponese che di per se e’ al top mondiale. Alcuni ricercatori stanno cercando di capire se sia possibile imparare dagli abitanti di Okinawa l’elisir di lunga vita.

Quello su cui stanno puntando e’ l’alimentazione dell’isola. Sana, varia, con molti vegetali e frutta ma soprattutto con un apporto calorico del 20% piu’ basso rispetto alla media. Cioe’ la restrizione calorica potrebbe veramente influire sul benessere generale dell’organismo. Tant’e’ che dai giapponesi come regola viene usata quella di non mangiare fino a farsi scoppiare la pancia, ma di mangiare fino a che si e’ pieni all’80% circa.
E cio’ e’ particolarmente interessante quando si guarda agli immigrati di Okinawa trasferiti negli Stati Uniti, specialmente Hawaai. I figli dei giapponesi nati e cresciuti in USA hanno un’aspettativa di vita piu’ bassa addirittura della media americana ma vanno incontro a malattie cardiovascolari, obesita’, diabete ecc.
C’e’ una lunga diatriba tra i ricercatori: e’ l’ambiente circostante dove viviamo o la genetica a determinare una lunga longevita’?
L’evoluzione ha forgiato questa popolazione isolata nel pacifico per un tipo di alimentazione sana, ma appena vengono esposti ad un’alimentazione ipercalorica e ricca di proteine la loro salute tende ad essere compromessa. In questo senso quindi per quanto riguarda la longevita’ di Okinawa non e’ solo una questione alimentare ma anche genetica. Diciamo un rapporto di 60 a 40 per alimentazione e genetica rispettivamente.
Ma se si va a vedere il secondo caso, cioe’ quello della Sardegna la situazione si capovolge. Diciamo che i sardi non sono proprio famosi per la riduzione calorica nei pasti. Anzi la regola e’ “piu’ si mangia meglio e’”. La pancia deve essere piena, scoppiare, per poi riposarsi sazi.
E in genere nessuno si preoccupa neppure della quantita’ di proteine o di alcool ai pasti, tant’e’ che la maggior parte delle pietanze tipiche sarde sono costituite da carne arrosto (e questo alla faccia di chi dice che la cottura sulla brace e’ cancerogena!).
Ebbene nel caso specifico di Ovodda, un piccolo paese del centro Sardegna, la quantita’ di centenari e’ incredibilmente alta e si posiziona tra le prime al mondo. Non solo ma la differenza tra uomini e donne centenari e’ praticamente inesistente; in genere infatti sono le donne a raggiungere i cento anni piu’ degli uomini.
Ma gli immigrati sardi all’estero, anche dopo generazioni tendono ancora ad essere piu’ longevi della media della nazione dove sono emigrati.
In questo caso quindi e’ piu’ grande l’apporto genetico su quello dell’alimentazione. Nei sardi quindi la genetica e’ 60% mentre l’alimentazione e lo stile di vita 40% circa (le cifre sono mie).
Non solo ma la popolazione sarda ha il problema di tutte le popolazioni derivate da un ristretto numero di fondatori. Si parla di collo di bottiglia genetico e di “effetto del fondatore”. Questo garantisce una certa omogeneita’ genetica tra i sardi ma anche malattie genetiche endemiche, come talassemia, favismo, diabete. Non solo, ma a complicare le cose si aggiunge pure il matrimonio tra consanguinei, pratica comunissima fino a 50 anni fa in tutta l’isola. Per evitare dispersione dell’eredita’ ci si sposava tra cugini di primo grado.
Quindi i sardi mangiano in modo ipercalorico, in eccesso, con alcool, sono portatori di una sfilza di malattie genetiche, sono frutto di matrimoni tra consanguinei con poco afflusso genetico esterno eppure continuano a vivere fino a cento anni.
C’e’ qualcosa che non va. O meglio c’e’ qualcosa nei geni dei sardi che aiuta a raggiungere i cento e a superarli?
Il professore Luca Deiana, direttore del progetto Akea (Akentannos, che in sardo significa “a cento anni” e che viene comunemente detto per augurare una lunga vita agli altri) pensa che sia coinvolto l’enzima G6PD (glucosio-6-fosfato deidrogenasi), la cui produzione in molti sardi e’ deficitaria, a causa di una mutazione genetica. Il favismo, comunissimo nell’isola e’ causato proprio da questa deficienza.
E’ anche vero pero’ che l’epidemiologia della deficienza da G6PD e’ molto vasta e comprende praticamente tutta la fascia subsahariana e subtropicale dove la malaria e’ presente. Perche’ come effetto collaterale della deficienza da G6PD c’e’ la protezione dal plasmodium falciforme causa della malaria.
Quindi io non sarei tanto propenso ad individuare nel singolo gene per quell’enzima dei sardi il segreto della vita. Forse sono una serie di geni che fanno il cocktail dell’elisir di lunga vita, legati poi ad una vita sana e calma, in cui si mangia molto certo ma in modo semplice.
Insomma come ha commentato il giornalista sulla BBC: “Se non avete i geni dei sardi avete comunque qualche speranza.”
Fabristol
UPDATE: Appendice

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