Archivio per la categoria 'bioetica'

La moratoria sui cibridi

Le metafore dovrebbero servire a rendere alcuni concetti scientifici facilmente comprensibili: quando diventano uno strumento di terrore, quando sono connotate negativamente (solo e sempre negativamente) c’è davvero qualcosa che proprio non va.
Chimera era quel mostro un po’ capra un po’ leone un po’ serpente (l’iconografia è mutevole ma il risultato è sempre spaventoso), che vomitava fuoco e che non era mai un piacere incontrare.
Mostri a parte, si definisce chimera qualcosa di inesistente, di distopico, di ingannevole.
Oppure “scientificamente”, come si legge nell’ultimo documento presentato al Comitato Nazionale per la Bioetica, le chimere sono “organismi che contengono cellule con patrimonio genetico diverso, provenienti da due o più organismi geneticamente distinti appartenenti alla stessa specie o a specie differenti” .
Nello stesso documento si riconosce il peso della storia simbolica del termine (“Si può comprendere quindi come l’evocazione di un nome come Chimera generi timori profondi, che si radicano nel nostro inconscio collettivo e ci facciano pensare ad epoche lontane e minacciose, da cui l’uomo si è dovuto faticosamente affrancare”), ma si mette subito in guardia verso le derive della tracotanza umana (“Ma al tempo stesso è un termine che può, sempre a livello inconscio, suscitare ambizioni di rivalsa verso tutto quanto rimane misterioso, e non del tutto comprensibile scientificamente, come l’origine della vita”), calcandone i tratti spaventosi.
Si capisce che la preoccupazione centrale del documento riguarda l’embrione e la sua sacralità. E rinsaldare le barriere morali contro la sua manipolazione e la sua distruzione, soltanto tramite la sperimentazione embrionale o la possibilità di effettuare (di fatto) la diagnosi genetica di preimpianto (nonostante il TAR del Lazio si sia espresso a favore). Ciò che rimane infatti oscuro è l’accettazione della legge 40 del 2004 che permette il sacrificio di moltissimi di quei 3 embrioni (quanti se ne possono produrre ad ogni ciclo: di quei 3 la maggior parte non arriva alla nascita). Bisognerebbe prendere una decisione: o l’embrione è sacro e allora niente PMA; oppure non è sacro e allora perché imporre limiti tanti angusti? Non esiste la terza via che è un po’ sacro e un po’ no a seconda dell’umore.
Puntualizza il documento: “Il problema cioè non sorge quando si mischiano tessuti e cellule umani ed animali, di per sé, ma quando le chimere umano/animale sono esseri viventi di identità incerta, nei quali non è più visibile il confine fra le specie umana ed animale” (poco più avanti si legge: “Il problema dell’identità del nuovo essere vivente si pone sempre, invece, quando le chimere umano/animale vengono formate nei primissimi stadi di sviluppo embrionale”).

Ma se si mischiano, come sarebbe visibile il confine? Il mulo mica c’ha un confine tra il suo essere cavallo e il suo essere asino… Non ha due identità distinte, una cavallina e una da somaro.
Il problema non è il confine o l’identità, ma l’ossessione per l’embrione umano (e, verrebbe da aggiungere, quella di specismo e di ostinato essenzialismo).

Il documento del CNB si concentra sugli embrioni ibridi citoplasmatici (o cibridi, prodotti tramite trasferimento nucleare di cellule somatiche) perché The Human Fertilisation and Embryology Authority (HFEA) ha concesso l’autorizzazione a procedere – e in questo modo si rischia di superare le barriere tra specie…

Perché usare i cibridi? A scopo conoscitivo (per conoscere i meccanismi di riprogrammazione cellulare) e a scopo terapeutico (producendo linee cellulari e poi tessuti umani compatibili con il ricevente).
Usare gli ovociti umani (oltre a porre un problema del loro reclutamento) per il CNB non va bene; non va bene nemmeno usare ovociti animali. Chissà perché non appare sorprendente.
Tra le ragioni della condanna troviamo anche una vecchia conoscenza: che la ricerca non avrebbe dato alcun risultato. Sono impazienti, al CNB. Viene da pensare, però, che soffermarsi sulla inefficacia della sperimentazione sarebbe ridondante se gli ostacoli morali fossero tali da giustificarne il divieto.
Invece la parte più debole è proprio quella bioetica.

“La produzione di ibridi citoplasmatici pone gravi questioni etiche in relazione ai mezzi utilizzati e agli obiettivi che si intendono raggiungere.
[...]
L’ipotesi bioetica che qui si intende avanzare è che la produzione di ibridi citoplamastici non sia assolutamente approvabile per almeno due ragioni: da una parte, infatti, essa implica una manipolazione totale dell’essere umano, dall’altra, ne programma e ne giustifica la distruzione.
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Le nuove Linee Guida sulla Legge 40

Dopo una attesa di quasi 9 mesi (ricorda qualcosa?) il Ministero della Salute emana le nuove Linee Guida. I commenti oscillano tra entusiasmi affrettati e condanne pregiudiziali. Cosa cambia davvero con il nuovo testo?
In sintesi si potrebbe dire che si apre uno angusto spiraglio (peraltro controverso) ma che permangono i principali problemi sollevati dalla Legge 40 (permanenza inevitabile, anche considerando che la Legge non potrebbe essere modificata da un testo meramente applicativo quali le Linee Guida).

Nel sito del Ministero sono elencate le principali novità:

1. la possibilità di ricorrere alle tecniche di procreazione medicalmente assistita (PMA) viene estesa anche alla coppia in cui l’uomo sia portatore di malattie virali sessualmente trasmissibili, e in particolare del virus HIV e di quelli delle epatiti B e C, riconoscendo che tali condizioni siano assimilabili ai casi di infertilità per i quali è concesso il ricorso alla PMA. In questi casi c’è infatti un elevato rischio di infezione per la madre e il feto conseguente a rapporti sessuali non protetti con il partner sieropositivo. Un rischio che, di fatto, preclude la possibilità di avere un figlio a queste coppie;
2. l’indicazione che ogni centro per la PMA debba assicurare la presenza di un adeguato sostegno psicologico alla coppia, predisponendo la possibilità di una consulenza da parte di uno psicologo adeguatamente formato nel settore;
3. l’eliminazione dei commi delle precedenti linee guida che limitavano la possibilità di indagine a quella di tipo osservazionale e ciò a seguito delle recenti sentenze di diversi tribunali e in particolare di quella del TAR Lazio dell’ottobre 2007. Questa sentenza come è noto ha infatti annullato le linee guida precedenti proprio in questa parte, ritenendo tale limite non coerente con quanto disposto dalla legge 40.
(Il corsivo è mio; qui i testi del 2004 e del 2008 a confronto).

Si ribadisce quanto affermato dalla sentenza del Tar del Lazio nel passato gennaio: è possibile effettuare la diagnosi genetica di preimpianto. Non comparendo un divieto esplicito nella Legge 40, ma solo nella precedente versione delle Linee Guida, è lecito richiedere l’esame che permette di riscontrare patologie genetiche nell’embrione prima dell’impianto. Ma rimane in piedi il requisito necessario per l’accesso alle tecniche: la certificazione di infertilità o sterilità che, come stabilito dal nuovo testo, subisce un lieve ampliamento includendo le persone colpite da malattie virali.
Cade infatti l’impossibilità di accedere alle tecniche per tutte le persone con malattie virali: ed è senza dubbio una buona notizia, anche se potrebbe essere discutibile la motivazione.
Nel testo delle nuove Linee Guida infatti si legge: “essendo l’uomo portatore di malattie virali sessualmente trasmissibili per infezioni da HIV, HBV od HCV – l’elevato rischio di infezione per la madre o per il feto costituisce di fatto, in termini obiettivi, una causa ostativa della procreazione, imponendo l’adozione di precauzioni che si traducono, necessariamente, in una condizione di infecondità, da farsi rientrare tra i casi di infertilità maschile severa da causa accertata e certificata da atto medico, di cui all’articolo 4, comma 1 della legge n. 40 del 2004” (p. 7).
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Notizia shock dagli USA! Creati in utero tre embrioni clonati

embryosdm0509_468x358.jpgLa notizia e’ di qualche giorno fa e non e’ stata riportata dai grandi organi di stampa ma e’ gia’ polemica.

Eli, Logan e Collin Penn (questi i nomi degli embrioni clonati) sono vivi e non hanno avuto complicazioni. Ma la madre che ha creato i tre cloni e’ piantonata al North Shore Hospital, a Manhassete (NY).  Le autorita’ dovranno decidere i provvedimenti per il caso. Infatti la legge statunitense non vieta la clonazione umana per scopi riproduttivi, ma lo stato di New York potrebbe rivedere le normative a riguardo.

Il sindaco repubblicano di Manhassete, John Smith jr, si e’ dichiarato “molto preoccupato”, e spera che “i cloni vengano soppressi il prima possibile prima che il panico si sparga nella nazione.”

“La clonazione rappresenta un pericolo per l’integrita’ della nostra societa’ “, e afferma che chiedera’ al Presidente Bush di portare il caso alle Nazioni Unite.

Critici i rappresentanti della Chiesa Cattolica locale: “E alla fine sono stati creati dei cloni umani. Ormai si e’ superato il limite: l’uomo sta giocando a fare il Dio.”

La notizia shock e’ stata riportata dall’Adnkronos e si preannuncia essere una delle piu’ controverse degli ultimi anni in fatto di bioetica. [*]

 

Fabristol

 

[*] La notizia e’ evidentemente falsa, basta andare al link dell’Adnkronos per verificare. I gemelli omozigoti sono effettivamente cloni e sono identici geneticamente.

Il paradosso dell’alieno

Tempo fa affrontai il problema dell’ipotesi nulla di MacPhail, in base alla quale tutti i vertebrati condividono dal punto di vista qualitativo le medesime capacità cognitive, mentre le differenze emergono quando si considera la “quantità” delle stesse, cioè quanto esse sono sviluppate in ogni organismo. Tra tutti i vertebrati l’uomo costituirebbe un caso particolare, poichè dotato di una capacità qualitativamente unica in grado di attribuirgli il carattere di eccezione: il linguaggio. Se dunque fosse valida questa ipotesi la differenza qualitativa permetterebbe di fatto agli uomini di porsi al di sopra degli altri animali considerandoli come esseri inferiori e ciò porterebbe alla giustificazione della teoria proprietarista che nega l’esistenza dei diritti animali riducendo gli esseri inferiori a semplici oggetti. Quando le capacità mentali differiscono per qualità da quelle di un umano, l’animale che abbiamo di fronte può ragionevolmente essere considerato un oggetto. In effetti non credo nessuno di noi, quando si siede a tavola di fronte ad un piatto di carne, si vada ad interrogare sui diritti del bovino o sulle capacità cognitive del pollame, salvo non si tratti di Pecoraro Scanio o affini. Tuttavia, nel momento in cui alcuni eminenti primatologi e psicologi comparati affermano che anche le scimmie sono in grado di apprendere il linguaggio, ecco che lo status di eccezione che contraddistingue l’uomo decade e le scimmie diventano inferiori a noi limitatamente alla sola quantità. Ciò effettivamente pone un problema per quanto riguarda i diritti animali. Basta allora una superiorità quantitativa per reclamare il diritto di vita o di morte su un essere vivente? Certamente, se la domanda fosse rivolta a me, risponderei di sì. D’altronde molte delle conoscenze che si hanno oggi sulle principali disfunzioni cognitive, nonchè sulle funzioni delle differenti aree cerebrali, sono state ottenute dallo studio dei deficit indotti da lesioni al cervello delle scimmie (magari comparato ai pazienti umani neurologici). Però nel dare la mia risposta, il paradosso dell’alieno mi farebbe vacillare. Se arrivasse infatti sulla Terra un alieno avente delle capacità cognitive che in rapporto alle nostre sono paragonabili a quelle che noi abbiamo rispetto ad una scimmia, avrebbe il diritto di sacrificarci o raschiar via la nostra corteccia frontale a scopo di ricerca (e cioè per il suo bene)?

- Jinzo

Scienza e morale/1: il caso del Papilloma virus

Qui si era fatto cenno dei rapporti tra scienza e morale e della opportunità di discuterne. Difficile sarebbe esaurire la questione in un post, ma è forse utile proporre alcuni casi. Cominciando dal Papilloma virus.

Il Ministero della Salute mantiene la promessa fatta qualche mese fa: dal 23 febbraio è iniziata la campagna di vaccinazione gratuita per il Papilloma virus (HPV) destinata a tutte le ragazze nate nel 1997 (circa 280.000).
Il vaccino intende prevenire il carcinoma della cervice uterina (il Papilloma virus è l’agente virale responsabile del carcinoma; nonché, come ha dichiarato il presidente della Società Italiana di Fisiopatologia della Riproduzione Carlo Foresta, anche possibile responsabile della infertilità maschile).
Come informa il sito del Ministero “esistono circa 120 genotipi del virus HPV che infettano l’uomo, un terzo dei quali associato a patologie del tratto anogenitale, sia benigne che maligne. Dei 120 genotipi, il tipo 16 è responsabile di circa il 50% dei casi di cancro alla cervice uterina, il tipo 18 del 20% e i restanti genotipi di circa il 30%. I genotipi 6 e 11 sono responsabili del 90% dei condilomi genitali”. Circa il 75% delle donne sessualmente attive contrae l’infezione da HPV nel corso della vita e fino al 50% con un tipo oncogeno (solo alcune di queste lesioni avanzano e pochissime delle donne infettate sono colpite da un tumore del collo dell’utero). Ogni anno al mondo 500.000 donne si ammalano e la metà muoiono. Solo in Italia mille donne muoiono ogni anno (altre informazioni qui).
Sembrerebbe che il vaccino, sicuro e ben tollerato, sia moralmente ineccepibile e che quindi si potrebbe parlare di una sintonia tra avanzamento medico e profilo etico.
E invece no.
Medicina e Morale, la rivista della Facoltà di Medicina del Policlinico Gemelli, condanna il vaccino all’indomani dell’annuncio: per ragioni morali, “ma anche” per presunte ragioni scientifiche.
Maria Luisa Di Pietro, Zoya Serebrovska e Dino Moltisanti invitano a tenere conto del “bene globale” della persona. “Il punto è che la vaccinazione generalizzata delle donne è sì in grado di proteggerle dal cancro al collo dell’utero, ma questa proposta fa sorgere alcune serie preoccupazioni di carattere etico”.
Che cosa vorrebbe dire? Basta ricordare che l’HPV è trasmissibile sessualmente per capire.
Il vaccino rischierebbe di comportare “ulteriori cadute di valori, il rafforzamento di una comune accettazione da parte dell’opinione pubblica dei comportamenti sessuali promiscui e probabilmente una maggiore diffusione della malattia”.
E ancora: “quando sono coinvolte ragazzine minorenni, abbiamo a che fare con persone i cui valori morali sono in formazione e che non sono ancora considerate legalmente responsabili”.
Si potrebbe commentare con una battuta (meglio di facili costumi che morta, o no?); oppure ricordare che proporre una simile obiezione contro una campagna di prevenzione sanitaria è irresponsabile e incomprensibile. Oltre che piuttosto curioso: gli autori pensano davvero che un vaccino possa incentivare la promiscuità? Promiscuità, si badi, che Di Pietro, Serebrovska e Moltisanti condannano senza appello e senza giustificazioni come immorale e malevola per il “bene globale” della persona (evocando il terribile spettro della nemesi che l’AIDS avrebbe incarnato secondo alcuni inguaribili moralisti). Qual è la morale dei tre autori? E, soprattutto, perché dovrebbe essere imposta a tutti gli altri a rischio della loro salute, oltre che della violazione della libertà individuale?
Ma ancora più ingiustificabile è la posizione rispetto alla opportunità “scientifica” del vaccino: “l’infezione da Hpv non è una emergenza sociale [essendo] il risultato di un comportamento a rischio, di una attività sessuale precoce e promiscua”. Quanti morti servono per costituire una emergenza sociale? Anche se fossero numericamente poco rilevanti, sarebbe una buona ragione per condannare il vaccino? O ancora: ci sono malattie che non meritano attenzione perché immorali?

Chiara Lalli

Perfida Albione

metro.jpgGrazie alla segnalazione del nostro amico Ivo Silvestro, siamo venuti in possesso di questa autorevole opinione sul futuro della specie umana nel trafiletto che vedete affianco apparso sul Metro del 21 Febbraio.

Il giornalista Osvaldo Baldacci in poche righe si muove su un terreno spinoso, scosceso, che come vedrete non gli è di sicuro congeniale. Osvaldo ci dà la possibilità di sfatare tutte le leggende biometropolitane degli ultimi anni, perché in poche righe le riassume tutte. Ovviamente riassume tutte bufale.

Noi del Progetto Galileo lo invitiamo a leggerci più spesso, cosicché magari la prossima volta si informi prima di scrivere cose inesatte e, diciamoci la verità, un po’ banali.

Incominciamo: “Intanto il Ministero dell’istruzione di Londra ha abolito dalla scuola i termini “mamma e papà[...]”

Per quanto riguarda la questione dell’abolizione dei termini papà e mamma dalle scuole britanniche nasce tutto da un equivoco. O meglio dai giornalisti nostrani che o non sanno tradurre l’inglese o mentono spudoratamente. In questo caso forse tutti e due. Come ci ha fatto notare tempo fa Cadavrexquis l’articolo che è stato tradotto in italia dal Corriere viene dal Daily Mail. Il Corriere.it dice:“Nelle scuole elementari britanniche sarà proibito usare l’espressione ‘mamma e papà’ e diventerà obbligatorio utilizzare l’espressione neutra «genitori», in modo particolare nelle comunicazioni a casa.”

Ma il Daily Mail, riportando la circolare ministeriale con linee guida e suggerimenti per gli insegnanti (non obblighi né proibizioni! Capisco che in italia si e’ abituati cosi’), dice:

“Teachers should attempt to avoid assumptions that pupils will have a conventional family background, it urges. It goes on to suggest the word “parents” may be more appropriate than “mum and dad”, particularly in letters and emails to the child’s home.”

Traduzione: “Gli insegnanti dovrebbero tentare di evitare che si dia per scontato che gli alunni abitino in un contesto di famiglia convenzionale [...]. [Il documento] suggerisce che la parola genitori potrebbe essere piu’ appropriata di “mamma e papà”, specialmente in lettere e e-mail da spedire a casa del bambino.

E tutto questo per evitare fenomeni di bullismo anti-gay connessi con la famiglia dei bambini, che qui in Inghilterra possono veramente avere due genitori gay, grazie ad una legge appena approvata. In Italia non esiste la legge, quindi non esiste neppure il problema di bambini con genitori omosessuali nelle scuole.

Passiamo alla questione dello sperma prodotto dal midollo spinale per la quale rimando alla lettura di questo. E’ una tecnica molto utile nei casi di infertilità dovuta al cancro testicolare o altre forme di disfunzione della fertilità, in quanto un uomo puo’ riprodursi usando dei propri spermatozoi derivati dal proprio midollo osseo. Il fatto poi che possa essere utilizzata da una donna per produrre “sperma femminile”, non significa assolutamente che poi questo sperma verra’ utilizzato per fecondare il proprio ovulo. Ma un ovulo terzo donato dalla propria compagna o da un’altra donatrice.

Osvaldo paventa addirittura la clonazione umana che ricordiamo è vietata da tutte le legislazioni nazionali ed internazionali:“E se poi una donna produce da se’ sia ovuli che spermatozoi, bella comodita’, che importa se le neonate saranno dei replicanti?”

Da questa frase si nota che il nostro Osvaldo non ha capito molto bene la questione.

Veniamo all’altra bufala:“Non mancano gli esperimenti di bambini geneticamente modificati, con embrioni creati in laboratorio mescolando Dna di tre genitori diversi.”

E per questo senza soffermarci molto rinviamo al primo articolo di questo blog qui. Vorrei solo sottolineare come ormai la bufala dell’embrione dei tre genitori e’ ormai passata al capitolo “modificazione genetica”. Cioé non era abbastanza fuorviante la disinformazione sui tre genitori, ma si e’ voluta gonfiarla aggiungendo che addirittura il Dna viene modificato.

Osvaldo poi ci infila poi tipiche frasi da casalinga di Voghera che aspetta in fila dal macellaio:

Una società dove i bambini si scelgono sui cataloghi, e si può copiare quelli più alla moda? E perché non un’offerta di corpi per fornire pezzi di ricambio?”

Come se avere un figlio sano senza alcuna grave patologia mitocondriale fosse una questione di moda!

Poi passa al capitolo embrioni-chimera di cui mi ero occupato mesi fa qui e che ormai era stata rivelata come una grande bufala ma deve essere che le leggende metropolitane sono dure a morire.

Chiude il meraviglioso articolo con: “Sarò antico, tradizionalista, conservatore…”

Sì sei tutto questo Osvaldo, ma io dico che il problema principale e’ che non sai una cippa di quello di cui stai parlando.

 

Fabristol

L’aborto è omicidio (sebbene solo morale)

Se lo statuto personale dell’embrione non è una questione scientifica, gli argomenti con i quali si arriva a scegliere una posizione al riguardo potrebbero (anzi dovrebbero) essere sottoposti ad esame “scientifico” (si richiede almeno coerenza, correttezza inferenziale, esplicitazione delle premesse). Altrimenti si ricalca una opinione comune, si ripete un sentito dire o si sceglie pigramente un principio di autorità – rinunciando al tentativo di dimostrare la propria ipotesi.
Piero Ostellino (Lo scontro tra due diritti, Il Corriere della Sera, 22 febbraio 2008), nonostante abbia l’intento di correggere le imprecisioni di Giuliano Ferrara e di rilevare le incongruenze della sua lista politica, inciampa in diverse trappole – architettate, sembra, dallo stesso Ostellino.
L’avvio del suo pezzo lascia intuire che alle argomentazioni è concesso poco spazio: “Sarebbe difficile non condividere l’opzione morale di Giuliano Ferrara contro l’aborto. Che è sempre un dramma per la donna che vi fa ricorso”. Affermazioni apodittiche, quelle di Ostellino. Conseguenze scambiate con le premesse. La difficoltà, che sembra suonare come impossibilità vera e propria per Ostellino, di con condividere la posizione morale (o moralista?, domando io) di Ferrara è ostentata come un bambino farebbe con il proprio giocattolo preferito, senza alcun bisogno di spiegare le ragioni della preferenza: è così, e basta, è il giocattolo più bello del mondo! Proprio come il dramma (rafforzato dal “sempre”) che la donna vivrebbe come conseguenza della scelta di abortire. Un dramma necessario e una scelta che, forse direbbe Ostellino, non è mai davvero una scelta, ma una dolorosa necessità. Sarebbe augurabile soffermarsi qualche parola in più per tentare di trasformare un parere personale in una posizione sostenibile: perché è condivisibile la posizione di Ferrara? Siamo sicuri che abortire sia sempre e inevitabilmente un dramma? Ostellino sembra rimandare il peso della dimostrazione a qualche riga dopo, quando chiosa: “Sotto il profilo etico l’aborto è un omicidio. Quello alla vita è un diritto naturale soggettivo fondamentale”. Ancora una volta: perché l’aborto sarebbe un omicidio? Perché l’embrione ha il diritto alla vita (è la risposta più o meno implicita). Ma Ostellino non ha dimostrato che l’embrione abbia il diritto alla vita, non ci ha nemmeno provato.
Affermare che il diritto alla vita è un diritto fondamentale, se non si chiarisce chi ne sono i detentori e a quali condizioni, non ha alcun significato. Chi gode del diritto alla vita e perché?
“Ma ha poco senso chiedere alla scienza — che per la sua stessa natura è relativista — e tanto meno al diritto, che nello Stato moderno è distinto dalla morale, di risolvere un problema etico. Meno ancora ne ha chiederlo alla politica”.
In che senso la scienza sarebbe relativista? Se Ostellino si riferisce al senso morale è del tutto fuori strada: la scienza non è, di per sé, connotata moralmente. Ancor peggio andrebbe se Ostellino intende che la scienza sia epistemologicamente o ontologicamente relativista. Alan D. Sokal dovrà pur averci insegnato qualcosa!
Se poi Ostellino è convinto che l’aborto sia un problema etico, allora è giusto che la legge (o meglio, la coercizione legale) non intervenga. Però Ostellino lo chiama omicidio, sebbene “solo” morale. E non spiega perché questo omicidio dovrebbe essere legalizzato. Che cosa distingue un certo omicidio (aborto) da un altro omicidio? Perché se “uccido” un embrione non vado in carcere e se uccido il postino rischio (giustamente) anni di carcere?
Se Ostellino accusa Ferrara di non aver capito il liberalismo, Ostellino sembra trascurare il principio del danno a terzi (cardine del pensiero liberale e questione centrale nella discussione riguardo all’aborto); sembra anche trascurare le posizioni morali che non conferiscono il diritto alla vita all’embrione (pur ricordando che non esiste un’unica posizione morale); infine mostra una sicurezza avventata nel sostenere che Ferrara sappia ben distinguere tra peccato e reato.

Chiara Lalli


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