Velenitaly: una grottesca adulterazione. Di notizie

Scheletro che beve vino

Paolo Tessadri, giornalista de L’Espresso e autore dell’inchiesta-scandalo “Velenitaly”, scrive che «Nelle botti sequestrate finora sono state individuate tracce di concimi, sostanze cancerogene, acqua, zucchero, acido muriatico e solo un quinto di mosto».

Più avanti scrive che i test condotti nel laboratorio di Conegliano Veneto «forniscono lo stesso verdetto choc: in quel liquido di uva ce n’è circa un quinto, il minimo indispensabile per dare un po’ di sapore. I test sono concordi: tra il 20 e il 40 per cento, non di più. E il resto? Acqua, concimi, fertilizzanti, zucchero, acidi. Sì, acidi: usati per mimetizzare lo zucchero vietato per legge. L’acido cloridrico e l’acido solforico vengono utilizzati per ‘rompere’ la molecola dello zucchero proibito (il saccarosio) e trasformarlo in glucosio e fruttosio, legali e normalmente presenti nell’uva».

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Intervista a Telmo Pievani

Monsignor Elio Sgreccia , intervenuto al congresso organizzato dall’Ateneo Pontificio ‘Regina Apostolorum’ sostiene che «non c’è contraddizione tra creazione ed evoluzione, purché si mantengano alcuni punti fermi». Quali sono i punti fermi?

- Primo: l’evoluzione è governata da un disegno superiore;

- Secondo: l’uomo è ontologicamente diverso dalle bestie.

E fin qui, niente da ridire, ognuno è libero di pensarla come meglio crede.

Il problema nasce se, attorno a questi capisaldi privi di fondamento scientifico si costruisce una ‘teoria’, le si dà il nome intrigante di ‘ Intelligent design’ e si pretende di insegnarla nelle scuole come alternativa all’evoluzionismo darwiniano. E se proprio non si riesce a vendere l’I.D. come teoria scientifica, allora basta affermare che neanche il neodarwinismo è una teoria scientifica.

Negli Stati Uniti, una sentenza del Congresso* ha costretto alcuni stati a cancellare la norma che prevedeva di affiancare l’insegnamento dell’I.D. all’Evoluzionismo, ma la faccenda non è chiusa: in piena campagna elettorale sta per uscire nelle sale americane un documentario favorevole al creazionismo.

Abbiamo rivolto a Telmo Pievani qualche domanda, per chiarire le idee a noi e ai lettori di Progetto Galileo.


Progetto Galileo: Gli evoluzionisti spesso non accettano di confrontarsi su un piano scientifico con i sostenitori dell’ID, affermando che questa teoria non può essere considerata scientifica. Il confine tra scienza e non scienza è molto labile, con quali argomentazioni si può affermare la non scientificità dell’ID?

Telmo Pievani: Gli scienziati fanno bene, a mio avviso, a non accettare confronti con creazionisti o neocreazionisti in contesti istituzionali e scientifici che diano una implicita patente di plausibilità all’interlocutore. Devono invece imparare ad accettare il confronto sui media generalisti, per evitare che un pubblico di non esperti sia esposto a opinioni tendenziose senza un contraddittorio ben argomentato. L’ID non è scienza perché non ha una base empirica, non ha inferenze logiche e argomentative fondate e non è nemmeno una buona controversia perché non coglie reali punti deboli del programma di ricerca evoluzionistico. E’ una dottrina teologica o filosofica. Infine, non regge ad un semplice ragionamento per assurdo: se un progettista intelligente fosse stato davvero all’opera nella storia naturale, non sarebbe stato per nulla “intelligente”.


PG: Con quali argomentazioni è possibile sostenere la scientificità della teoria dell’evoluzione? In particolare, la teoria dell’evoluzione è falsificabile?

TP: Certamente. La teoria dell’evoluzione può generare moltissime “predizioni rischiose” che uno scienziato può falsificare o corroborare, anche in laboratorio. La componente storica della spiegazione evoluzionistica, poi, non esclude affatto che sia verificabile e che ipotesi alternative siano sottoposte alla prova dei fatti accertati.

PG: La teoria dell’evoluzione è un “paradigma utile” in termini di capacità predittiva o capacità di fornire soluzioni?

TP: Al momento, è l’unico programma di ricerca in grado di tenere insieme in una cornice coerente i dati in nostro possesso provenienti dalle discipline più diverse, dalla genetica delle popolazioni alla paleontologia. Il nucleo esplicativo è quello neodarwiniano. Si discute poi sull’importanza di singoli fattori, sui ritmi del cambiamento, sull’importanza dei tratti non adattativi e sui livelli di selezione. Ma sono controversie che non intaccano la solidità del programma di ricerca in generale.

PG: In molti criticano l’impostazione negativa della teoria dell’evoluzione. Un teologo come Vito Mancuso e un biologo come Stuart Kauffman sono finiti curiosamente per convergere sull’idea che il caso non basti a spiegare l’enorme varietà di forme su cui agisce la selezione naturale e che l’ordine potrebbe essere una proprietà intrinseca della materia, in grado di emergere spontaneamente in determinate condizioni. Siamo abbastanza lontani dall’ID. A questo livello, un dialogo è possibile? Cosa ne pensi di queste teorie?

TP: Kauffman era partito dall’idea che i processi di autorganizzazione potessero sostituire la selezione naturale e generare una teoria dell’evoluzione alternativa. Poi ha cambiato idea e adesso parla della complementarità fra proprietà emergenti e selezione naturale. Il testo di Mancuso è eterodosso e molto coraggioso, ma si basa sul solito errore di leggere la natura con la lente della teologia. Finisce così per vedere nella natura ciò che non esiste, ovvero un piano finalistico ordinato. Gli elementi di reticolarità del vivente non giustificano in alcun modo l’idea che in natura siano nascosti fini o direzioni preordinate. E’ un salto logico infondato. L’evidenza empirica ci dice che la storia naturale è caratterizzata da una radicale, profonda contingenza. Questo è il dato su cui deve riflettere il teologo, come il filosofo. Non dobbiamo cercare nella natura i fondamenti dei nostri convincimenti teologici, e ancor meno delle nostre credenze. Rischiamo di esserne delusi…

PG E infine una domanda opzionale, mi rendo conto che andiamo un po’ fuori tema. La diffidenza nei confronti della teoria dell’evoluzione mi sembra rientri in una diffidenza generalizzata nei confronti della scienza. L’idea che la scienza e la tecnica non siano strumenti neutri ma contengano in sé una qualche intrinseca negatività è piuttosto diffusa. Per te scienza e tecnologia sono strumenti neutrali?

TP: Non credo proprio che siano neutrali. Sono strumenti umani. Come tali, carichi di opportunità e di rischi al contempo. Il problema è capire come gestire la loro ambiguità. Possiamo farlo rispettando l’insopprimibile curiosità umana, ma decidendo insieme, democraticamente, caso per caso, dove porre eventuali limiti. Di certo, i limiti non possono essere imposti, secondo me, dalla paura, dall’ignoranza e da strutture di pensiero dogmatiche fondate su precetti religiosi che appartengono soltanto a una parte della società.

Andrea Ferrigno


* «The Conferees recognize that a quality science education should prepare students to distinguish the data and testable theories of science from religious or philosophical claims that are made in the name of science. Where topics are taught that may generate controversy (such as biological evolution), the curriculum should help students to understand the full range of scientific views that exist, why such topics may generate controversy, and how scientific discoveries can profoundly affect society

«I membri del Congresso riconoscono che una educazione scientifica adeguata dovrebbe preparare gli studenti a distinguere i dati e le teorie virificabili della scienza da affermazioni religiose o filosofiche fatte in nome della scienza. Per argomenti che possono generare controversie (come l’evoluzione biologica), il programma dovrebbe aiutare gli studenti a comprendere la totalità dei punti di vista scientifici esistenti, il perché tali argomenti possono generare controversie e come le scoperte scientifiche possono influenzare profondamente la società.»

Allarme DHMO: il killer incolore e inodore

caution-dhmo.gifLa stampa scientifica continua a produrre dell’ottimo materiale per Progetto Galileo. In poche settimane di attività abbiamo accumulato un discreto numero di bufale, imprecisioni, spettacolarizzazioni improprie.

Ma ci siamo anche resi conto che per ogni argomento spettacolarizzato ed enfatizzato, spesso ce n’è uno completamente trascurato. E a volte si tratta di temi critici per la salute pubblica.

È il caso del DHMO. Sui quotidiani nazionali non è stata dedicata neanche una riga al problema, mentre il Web si è dimostrato ancora una volta un mezzo più flessibile e reattivo della carta stampata. Per una trattazione esauriente dei rischi connessi al contatto col DHMO vi rimando all’articolo di Dario Bressanini, che dà al problema il giusto risalto, pur evitando i toni allarmistici tipici di certa stampa. Inoltre, da tempo è presente una versione in italiano del sito della Dihydrogen Monoxide Research Division. Il sito originale è da anni un prezioso punto di riferimento per chiunque voglia difendersi da questa sostanza inodore e incolore, praticamente ubiquitaria, presente nelle falde acquifere e persino in bevande di larghissima diffusione: il diidrogeno monossido (H2O), nome comune: acqua.

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Una rivoluzione invisibile.

Rivoluzione microdosi

Qua c’è l’articolo per intero.

Marco Lombardozzi, medico omeopata, su “Metro“:

«Mai più effetti collaterali dai farmaci, mai più spese folli per il sistema sanitario. Risparmio di milioni di euro e terapie efficaci senza tossicità. Pensate che sia un sogno? No, potrebbe essere realtà ma non ve l’hanno detto. Negli ospedali sudamericani è già da anni praticata la terapia delle microdosi, scoperta dal Prof. Martinez Bravo dell’Università di Zacatecas, Messico. In Italia alcune ricerche hanno dato risultati sorprendenti. La rivoluzione del secolo.»

Potrebbe essere realtà? Il Prof. Martinez Bravo, questa scoperta l’ha fatta o potrebbe averla fatta?

Provo a cercare su pubmed (il google della scienza, sarebbe ora che cominciaste a usarlo) ma il risultato è sconfortante. Martinez Bravo non ha pubblicato articoli sulle microdosi. Per la verità il Prof. Eugenio Martinez Bravo non ha pubblicato assolutamente nulla. Se ha mai fatto una scoperta scientifica se l’è tenuta per sé (ma allora, Marco Lombardozzi come l’ha saputo?)

Ma sono curioso e vado avanti a leggere:

«finalmente si è scoperto che medicinali come antibiotici, antiinfiammatori, psicofarmaci ecc. se vengono diluiti fino a 15000 volte, conservano la stessa efficacia.»

Antibiotici? Antiinfiammatori? Psicofarmaci ecc.? Stiamo parlando di -boh?- centinaia, forse migliaia di principi attivi. Martinez Bravo li ha testati tutti?

Cerco ancora su pubmed. Magari non Martinez in persona ma un suo amico, un discepolo, qualcuno avrà pur reso pubblici i risultati delle proprie ricerche sulle microdosi.

Trovo questo articolo, che afferma che 1200 mg di paracetamolo sono risultati più efficaci nella terapia del dolore rispetto a di dosi da 500 mg. Quest’altro dice che un basso dosaggio di esomeprazolo è meno efficace nella cura del reflusso gastroesofageo.

Quindi dimezzando la dose l’effetto si riduce, almeno per questi due farmaci. Ma ancora niente su microdosi o diluizioni di 15000 volte.

E allora che si fa? Continuiamo a leggere:

«Quindi gli stessi farmaci che quotidianamente vengono usati per la febbre o il mal di testa, per il dolore o per il diabete, possono essere diluiti secondo una metodica che qualsiasi farmacista può applicare e avere la stessa identica efficacia di quegli stessi farmaci a dosi massicce.»

Be’, ma è fantastico! Ho una bella notizia da darvi: il farmacista non serve affatto! Vi spiego io come diluire 15000 volte un farmaco.

Avete un mal di testa lacerante o le coliche renali? Vi è venuto il colpo della strega? Avete le mestruazioni del secolo? Bene. Prendete una bustina del vostro antiinfiammatorio preferito. Scioglietelo nel solito mezzo bicchiere d’acqua. Poi procuratevi un serbatoio da 750 litri pieno d’acqua, buttatevi dentro il mezzo bicchiere e agitate bene. Recuperate dal serbatoio mezzo bicchiere del farmaco diluito 15000 volte, bevetelo e aspettate l’effetto.

Se qualcosa non va, provate a chiedere delucidazioni al Dott. Marco Lombardozzi, che è stato così gentile da rendere pubblica la sua e-mail: marlomb@fastwebnet.it

Andrea Ferrigno

(su segnalazione di Ivo Silvestro)


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