Il caso INRAN

Venerdì 25 Aprile, sulla rivista Espansione, sarà pubblicato un articolo sulla storia della sperimentazione sul mais Bt svolta dall’INRAN, dalla quale si desume la superiorità del mais Bt rispetto a quello convenzionale.

L’articolo è firmato da Piero Morandini, ricercatore all’Università di Milano. Insomma da un addetto ai lavori, non da un ideologo.

Così si svelerà finalmente l’arcano sulle fumonisine e il mais tradizionale.

Alla faccia di chi ha censurato per tanto tempo la ricerca.

Pubblicheremo il PDF dell’articolo quanto prima su questi pixel.

UPDATE Ecco come promesso il file PDF dell’articolo (qui)

Impact Factor: Blogbabel degli scienziati?

Alla domanda “conosci qualche rivista scientifica autorevole”, moltissime persone risponderebbero con un paio di nomi, Nature e Science. Probabilmente però, la maggior parte delle stesse persone non saprebbe rispondere se gli fosse chiesto “come si calcola l’autorevolezza di una rivista?”.

Con l’Impact Factor (IF).

L’IF è un quoziente che esprime il numero medio di citazioni di un articolo della rivista scientifica X.
Viene calcolato in un modo abbastanza semplice. Si tiene sotto osservazione la rivista per due anni (ad es: 2006-2007) e si tiene straccia di due grandezze: numero di articoli pubblicati e numero di citazioni ottenute da quegli articoli nei due anni. L’Impact Factor per il 2008 della rivista X sarà dato delle citazioni totali sul numero di articoli pubblicati.

Detta così è proprio banale. E infatti lo è fin troppo.

Le citazioni conteggiate, ad esempio, vengono solo da un gruppo di riviste (ampio, ok, ma non del tutto rappresentativo), ovvero da quelle appartenenti al ciruito ISI (la struttura che si occupa dell’indicizzazione).
In secondo luogo, le riviste che pubblicano pochi articoli sono favorite in questo sistema: diminuendo il denominatore, alzo l’IF. Così come lo sono le riviste generalistiche: più settori tratto, più sarò citato. Oppure le riviste che si occupano di pubblicare review su determinati argomenti.

Viene fuori quindi un quadro distorto dell’autorevolezza, che però - a mio modo di vedere - è compensato dal processo di referaggio.
Più una rivista ha in IF alto, più è difficile pubblicarci. I referee tendono ad essere molto più fiscali e a richiedere molte evidenze sperimentali per l’approvazione di un lavoro.
Non solo.
Riviste come Nature e Science, hanno addirittura filtri scientifici precedenti al processo di peer review che valutano subito il peso specifico di una potenziale pubblicazione.

Per concludere, anche se a prima vista l’IF sembra una cazzatella alla BlogBabel o alla Technorati, la comunità scientifica sa prendere contromisure adeguate per mantenere un livello serio - e aggiungo commisurato all’impegno intellettuale - della misura dell’autorevolezza.

Capemaster

Organismi Giornalisticamente Modificati #2

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Il nostro affezionato lettore filosofoportatile due giorni fa ci ha segnalato una notizia flash del Corriere che parlava di un allarme OGM. Il link non funziona più, ma grazie alla cache di big G abbiamo il PDF.

Siccome quell’allarme mi ha insospettito, ho fatto ciò che ogni buon giornalista dovrebbe fare: mi sono procurato il lavoro originale e l’ho letto.

A questo punto potrei fare due post, uno breve e una lungo. Partiamo con quello lungo.

L’articolo è pubblicato su una rivista ottima (Impact Factor: 4.825) e fornisce la prova di quanto si sospettava da tempo: le piante transgeniche impollinano (e aggiungo io vengono a loro volta impollinate da) piante “relatives“, parenti.
In questo lavoro in particolare è stato visto che la resistenza all’erbicida glyphosate è stata trasferita (gene flow) da Brassica napus (colza) a Brassica rapa.

Delle 200 piante ibride identificate nel primo anno (2001) al 2005 ne erano rimaste 5 (sic!) in uno solo dei due siti dove erano state originariamente trovate. Non solo: a testimoniare la grande pericolosità delle piantine ibride, lo studio riporta calo della fertilità maschile (polline). Dei veri mostri in grado di conquistare il mondo.

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Progetto Galileo cresce

galileo.png
Grazie!

La leggenda del cane clonato

Riceviamo e volentieri pubblichiamo il contributo di Tommy David.
Aspettiamo feedback da tutti i lettori.

C’è chi è disposto a far di tutto, anche a spendere decine di migliaia dollari, per riavere un cane uguale a quello che ha perso. C’è infatti chi non si accontenta di prendere un cucciolo della stessa razza dell’amico perduto: fresca è la notizia del primo cane clonato per fini commerciali.

Ora, in una simile operazione ci vedrei poco di buono, a partire dalle folli spese affrontate – roba da americani –; tuttavia tralascerò la questione etica, almeno in parte, per discutere di questioni più scientifiche.

I casi di cattiva informazione scientifica sono infatti all’ordine del giorno, e simili notizie ce ne danno un lampante esempio. In questo caso ad essere disarmante però non è soltanto la profonda insipienza scientifica dei giornalisti, ma anche la sconfinata dabbenaggine dei lettori, a partire dai ricchi clienti e finendo con chi legge distrattamente la notizia senza attivare il cervello. (Mi chiedo se anche il laboratorio scientifico non abbia le sue colpe. Sarei curioso di scoprire quali aspettative provochino nei clienti, quali garanzie propongano…)

Chiariamo la questione. Con la clonazione siamo in grado di ottenere un essere vivente il cui DNA è identico a quello dell’organismo di partenza. In linguaggio un po’ più tecnico diremmo che i due corpi, il clone e il clonato, condividono lo stesso genotipo. Tuttavia i geni non sono tutto. Un essere vivente infatti è frutto di una complessa alchimia: è una somma dei suoi geni, del suo ambiente e delle interazioni tra essi. In sostanza avere gli stessi geni non significa affatto essere lo stesso essere vivente: l’espressione dei geni (il fenotipo, ovvero i caratteri manifesti, la forma dell’individuo) non è legata deterministicamente al genoma.
Non c’è una relazione diretta e ben precisa, nella maggior parte dei casi, tra i geni e la loro espressione, in quanto questa è modulata dai processi di sviluppo embrionali, dall’esposizione all’ambiente, dalla storia personale – in una parola, dall’ontogenesi prima e dalla vita vissuta poi. Pensiamo a due gemelli omozigoti: a livello fenotipico, a ben vedere, non sono perfettamente identici (le complesse impronte digitali saranno diverse, per citare una differenza onnipresente tra gemelli; questo per tacere dei tanti piccoli particolari noti solo a chi conosca la coppia); a livello caratteriale poi la cosa si complica: pretendere la stessa mente, lo stesso cervello, è una pura fantasia. Non solo i geni non specificano passo-passo la struttura del cervello (come potrebbero contenere le istruzioni per dirigere le decine di miliardi di neuroni che abbiamo?), ma la stessa mente è il frutto complesso e indistricabile dei rapporti tra cervello, corpo e mondo. Il discorso si può inserire agevolmente nella nota e annosa questione nature/nurture, cioè natura (innato) contro cultura (appreso, ambiente). È complicato, e anche parecchio insensato, cercare di valutare quanto pesi il fattore naturale e quello culturale: tuttavia di certo i geni non pesano oltre il 50% (e anche molto meno, a parere di molti scienziati). Dovremmo sfatare il mito del determinismo genetico, tanto in voga tra i giornalisti contemporanei che si affrettano ad informarci che è stato trovato il gene dell’obesità, il gene dell’intelligenza e così via. (Pensateci un attimo. Possedete il gene dell’obesità ma non avete cibo a disposizione.Quale sarà il risultato, secondo voi?)

Forse, se la gente provasse a immaginare, a pensare un attimo su ciò che le viene proposto, si eviterebbero molti errori. E dire che basterebbe solo un po’ di buon senso (anche se qualche conoscenza scientifica di base aiuterebbe senza dubbio la corretta intuizione…).

Pensate, dunque. Perdete un vostro caro (compagno/a, genitore, amante o quel che volete). È un evento tragico, il ricordo vi tormenta: sentite aleggiare ancora tra voi quella persona, tanto da immaginare per essa un aldilà, un luogo fisico dove effettivamente si troverebbe adesso. Vi viene tuttavia offerta la possibilità di clonare il vostro caro. Accettereste? Veramente credereste di poter riavere vostro padre, se esso in realtà avesse l’età di vostro figlio e vivrebbe in tempi completamente diversi (per non dire che nemmeno vi genererebbe)? E che dire del vostro compagno, che non vivrebbe l’innamoramento non solo perché non ha ricordi (persi per sempre, come “lacrime nella pioggia”) ma anche perché non ha condiviso, di fatto, questa esperienza con voi? Capisco bene che pensando ad un cane non vengono in mente tutte queste considerazioni. Probabilmente qualcosa cambia: lo sviluppo di un cane è assai più rapido di quello di un uomo (vi ritrovereste un cane adulto in una manciata di mesi), il suo comportamento è più semplice, la sua mente non può direttamente esprimervi ricordi a causa della mancanza di un linguaggio condiviso.

Lo stesso Dawkins, nel suo celebre Il gene egoista, indica solo la razza umana come l’unica specie in grado, grazie ai memi – le idee della mente –, di sottrarsi alla dittatura dei propri geni. Ciò non toglie tuttavia che un cane clonato non possiederà quantomeno i ricordi – quindi il carattere, e di conseguenza il comportamento – del cane originario. Provino a consegnarle il cane due anni dopo la nascita, e la signora capirà che tanto valeva comprarsi un altro pitbull.
(Piccolo esperimento mentale. Consegnino alla signora due cuccioli della stessa età, uno clonato l’altro no, senza svelare quale sia quello con i geni originari. Provi la signora a capire quale ha gli stessi geni di Booger – per gli italiani Caccola. Provi a capirlo dopo averli allevati entrambi, nel dubbio. Secondo esperimento reale: si faccia un sondaggio, a distanza di anni, per appurare la soddisfazione dei clienti felici possessori di cani clonati.)

Tornando un’ultima volta all’articolo da cui siamo partiti, trovo particolarmente grave la seguente affermazione: «potrebbero anche essere clonati cani addestrati a scovare bombe o droga». Questo è puro lamarckismo: credere che ciò che viene appreso possa essere trasmesso ai discendenti, o a dei cloni. Al massimo (ma non è una concessione a Lamarck!) si può affermare che può essere trasmessa una predisposizione a certe caratteristiche complesse (ad avere un fiuto più raffinato, un udito più acuto). Niente di non fattibile, molto più semplicemente ed economicamente, con una accurata selezione artificiale di assai più basso profilo tecnologico: con l’allevamento, come aveva già notato Darwin un secolo e mezzo addietro.

Organismi Giornalisticamente Modificati

patata.jpgCi risiamo.

Innanzitutto si chiama Amflora, non Emphlora. Sti ggiornalisti: sentono una pronuncia biascicata e si buttano nel fanta-spelling.

Nello specifico, Amflora è una patata transgenica sviluppata dalla BASF. Consiste in una cultivar che produce amido con percentuali di amilosio e amilopectina differenti da quelle wild type.

Mi spiego.
L’amido è un polimero del glucosio che può organizzarsi in differenti maniere: lineare (amilosio) o ramificato (amilopectina). Nella patata il rapporto è già molto a favore dell’amilopectina (78%). Siccome per alcuni processi industriali è indispensabile separare amilosio da amilopectina in favore di quest’ultima, consumando energia ovviamente, BASF ha pensato di creare una patata (transgenica) che produce quasi esclusivamente amilopectina, a tutto vantaggio dell’industria e del risparmio energetico.

Fosse solo così, non ci sarebbe niente da dire, no?
E invece gli scettici di turno arrivano puntualmente con il terrorismo psicologico.

Ho sentito con le mie orecchie dire dal TG1 questa sera che: “Amflora contiene geni di resistenza ad antibiotici che passano (sic!) agli animali e quindi potrebbero passare all’uomo”.

Falsità incredibili.

Innanzi tutto è un solo gene di resistenza ad antibiotico: NptII (neomicina fosfo transferasi) che conferisce resistenza alla kanamicina. Chiedete al medico quanto sia ancora utilizzato.
Ma perchè serve la resistenza all’antinbiotico?
Perchè per trasformare una pianta ho bisogno di un marcatore, una bandierina, che faccia riconoscere le cellule trasformate dalle non trasformate. Non è un processo così efficiente, devo essere in gradi di selezionare. Semplice no?

In secondo luogo questo gene non può passare tout court agli animali. Staremmo freschi se ci modificassimo per ogni cosa che mangiamo…
Semmai prima deve passare ai batteri. Ed è stato calcolato che il tasso di mutazione spontaneo dei batteri è di gran lunga più importante numericamente della possibilità di trasferimento del suddetto gene. Cioè è più probabile che i batteri sviluppino da soli resistenza agli antibiotici che non somministrandogli il gene spezzettato dopo la digestione.
Ma stiamo comunque parlando di numeri del tipo dieci alla meno otto. Capito?

E questo per i batteri. Figurarsi poi per le cosiddette barriere di specie.

Mai credere ad una sola parola dei giornalisti quando parlano di scienza.

Rimango a disposizione per chiarimenti e/o approfondimenti.

Capemaster


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