Alberi, Scale e Cespugli

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La pubblicazione dell’Origine della Specie è stata per il pensiero occidentale una rivoluzione culturale che ha sconvolto molte delle certezze accumulate fino a quel tempo. Avversata inizialmente da molte persone, fra le quali non pochi scienziati, l’idea di evoluzione è

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oggi ormai diffusamente accettata, ma ciò che molti oggi intendono con questa parola poco ha a che fare con le recenti interpretazioni della teoria proposta da Darwin 150 anni fa.

Quando si parla di evoluzione la maggior parte delle persone pensa a questo processo come ad una lentissima trasformazione graduale di una specie in un’altra, di un pesce in una rana, di una scimmia in un uomo.

Questo gradualismo, a cui Darwin stesso non era estraneo, è l’errore di chi cerca il famoso anello mancante fra uomini e scimmie e, non trovandolo, sostiene che ciò sia una prova a sfavore dell’evoluzione. L’anello mancante non può essere trovato semplicemente perché non esiste: l’evoluzione non è una lunga catena ininterrotta in cui una specie si trasforma in un altra, ma possiede una struttura completamenteevo-2 diversa.

Accanto a questo, un errore più sottile viene spesso inconsciamente ripetuto ed è l’interpretazione dell’evoluzione come una sorta di progresso da una condizione inferiore verso qualcosa di più e di meglio: gli animali sono qualcosa in più delle piante, gli anfibi sono meglio dei pesci perché vivono fuori dall’acqua, i mammiferi sono meglio di tutti e sopra a tutti, ovviamente, l’uomo. Questa visione dell’evoluzione come di una scala del progresso, al cui vertice viene posto sempre l’essere umano, è tanto comune quanto sbagliata: il creazionismo, che con molta fatica si era fatto uscire dalla porta, tenta di rientrare dalla finestra con questa idea della centralità dell’uomo.

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A testimonianza di questo, in moltissimi libri di fine ’800, l’evoluzione veniva spesso rappresentata come un albero, con un tronco ben definito che porta dagli esseri unicellulari, alle radici, su su fino alle scimmie antropomorfe e all’uomo, in una specie di percorso predefinito, una via maestra dell’evoluzione, che rappresenta quasi una preparazione alla venuta dell’essere umano sulla Terra.

La metafora più corretta per spiegare l’evoluzione è, invece, quella di un cespuglio, in cui non esiste una direzione di crescita predefinita, ma ogni ramo genera un ramoscello che a sua volta ne genera un altro e così via in una serie di vie dicotomizzanti. Questo spiega anche perché non ha senso cercare un anello mancante fra due specie: ogni punto di ramificazione rappresenta una specie che è progenitore comune di entrambe e nessun punto in particolare può ambire allo status speciale di “anello mancante”, perché l’evoluzione non è una catena continua, ma un cespuglio più o meno riccamente ramificato.evo-4

Ma come abbiamo potuto prendere questo abbaglio? E come mai un’idea vecchia, del secolo scorso, è ancora oggi così diffusa? Nei libri di testo scolastici, vengono spesso riportati due esempi di evoluzione, che confondono le idee più che chiarirle: l’evoluzione del cavallo moderno a partire dall’antenato Eohippus e l’evoluzione del genere Homo.

A prima vista questi sembrano esempi perfetti di una genealogia lineare: un cavallo delle dimensioni di un cane che cresce sempre più fino ad assomigliare al cavallo attuale ed una scimmia antropomorfa che prima acquisisce abilità manuali, poi cammina in stazione eretta e quindi diventa l’uomo moderno. Ma allora il cespuglio? Questi esempi classici di scala evolutiva non sono altro che rami di un cespuglio che è stato particolarmente sfrondato dalle estinzioni, a tal punto da sopravvivere solo come un ramoscello singolo. Dimenticandoci di tutti i rami estinti, siamo portati a pensare ad una via evolutiva lineare. Ma non solo. Siamo entrati a tal punto in questa idea che i cespugli molto ramificati e complicati non vengono mai portati come esempio dell’evoluzione, proprio perché non è possibile rintracciare in essi un esempio di genealogia lineare.

Cavalli, rinoceronti e tapiri non sono gloriose culminazioni di serie ascendenti all’interno dei perissodattili, bensì tre piccoli ramoscelli spogli, residui di un cespuglio che un tempo dominò la diversità dei grandi mammiferi erbivori. 1

1) Stephen J. Gould, “Il declinante impero delle scimmie antropomorfe”, in “Otto Piccoli Porcellini”, Il Saggiatore

Fabio P.

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10 Responses to “Alberi, Scale e Cespugli”


  1. 1 Francesco gennaio 19, 2009 alle 8:58 am

    L’abbaglio lascia indenni pochi. Forse il problema sta nel fatto che, dopo i semplificati esempi di livello scuola-media, pochissimi sono coloro che proseguono nell’imparare cio’ che sta(va) al di la’ della semplificazione.
    Personalmente non ce l’ho con la semplificazione. Persino Zichichi puo’ non essere dannoso qualora le sue parole servano come stimolo iniziale ad un/a bambino/a allo studio di certe materie. Il problema e’ quando nella testa restano solo le “zichiccate”, anche in biologia.

  2. 2 mountpalomar gennaio 19, 2009 alle 5:11 pm

    io invece credo che le cose vadano spiegate subito per come stanno, non tutti avranno la voglia e la possibilità di approfondire. certo è inutile perdersi nei dettagli al livello delle scuole medie, ma almeno fare degli esempi che siano veramente degli esempi, questo sì!

  3. 3 lagiardiaintroversa gennaio 22, 2009 alle 9:01 am

    Nonostante l’esempio “cespuglio” sia più rappresentativo di come si ritiene avvenga l’evoluzione, riguardo all’obiezione di chi cerca i fantomatici “anelli mancanti” tra l’uomo e la scimmia, questo modello non sposta semplicemente il dilemma su un altro livello? Cioè, si potrebbe obiettare “sono stati identificati gli antenati comuni? Esistono prove della loro esistenza?”. Giusto un dubbio preventivo….

  4. 4 fabristol gennaio 22, 2009 alle 10:45 am

    Ma infatti gli antenati sono degli anelli della catena. ma invece di essere una catena di singole maglie una legata all’altra come nella catena di un’ancora, sono centinaia, migliaia di anelli che formano una maglia su piu’ piani, esattamente come le maglie ad anelli metallici dei soldati medioevali (o come la rete di un pollaio se preferisci).

  5. 5 Piero S febbraio 26, 2009 alle 4:30 pm

    Si ma un concetto in fondo così banale non passa perché spesso le trasmissione scientifiche che la nostra tv trasmette parlano spesso di anello mancante; una domanda da profano: a voi sembra che il nostro umanissimo comportamento, intendo la cura e la salvaguardia del debole, porti verso la neutralizzazione, o quanto meno l’indebolimento, dei meccanismi di evoluzione e quindi di perpetuazione della specie?

  6. 6 fabristol febbraio 26, 2009 alle 4:51 pm

    Per Piero

    Innanzitutto benvenuto.
    Vorrei fare due precisazioni: la prima riguarda l’ “umanissimo comportamento”, il quale non e’ prerogativa della sola specie umana. Molte specie sociali hanno comportamenti altruistici nei confronti di individui, siano essi parenti, membri del branco o addirittura estranei della stessa specie o di diversa specie. Certo sono forme di altruismo che non raggiungono i livelli che troviamo nell’Homo sapiens ma sono pur sempre comportamenti altruistici. Mi ricordavo di una specie di vampiri (pipistrelli) che spesso rigurgitano parte del loro cibo (sangue) ad individui della colonia anceh se non sono consanguinei. Cercando quello, ho trovato questo articolo fatto molto bene:
    http://www.psicolab.net/index.asp?pid=idart&cat=253&scat=254&arid=445

    Come viene ricordato pero’ l’altruismo intraspecie e transpecie e’ molto dibattuto e studiato tra gli evoluzionisti. Dawkins ha sempre parlato di egoismo. Cerca materiale su Dawkins e egosimo. Altri evoluzionisti parlano di kin selection. L’evoluzoine lavora sul singolo individuo o sul gruppo? Questa e’ la domanda basilare a cui bisogna trovare risposta. In media res est virtus… aggiungerei. Forse e’ una via di mezzo.
    Do ut des, direbbero i latini. Quando mi curo di qualcuno piu’ debole so che ricevero’ qualcosa in cambio. Per esempio alcuni studi hanno appurato che l’ostentazione del proprio altruismo aumenta la stima del resto del gruppo nei confronti del donatore.
    In poche parole forse molti non sarebbero cosi’ altruisti se fossero su un’isola deserta senza nessuno che li guardi. :D

  7. 7 hronir febbraio 26, 2009 alle 10:54 pm

    Sempre per Piero, sul presunto indebolimento dei meccanismi evolutivi nell’uomo puoi leggere anche alcune considerazioni di qualche mese fa.
    Ciao!

  8. 8 PieroS febbraio 27, 2009 alle 3:49 pm

    Grazie mille ad entrambi, ho compreso quanto il mio ragionamento fosse fallace, molto meno, invece, l’argomento vista la complessità dello stesso; ok da brava formichina approfondirò per capire meglio le affermazioni e le conseguenze.

    Ancora grazie. :-)

  9. 9 hronir marzo 3, 2009 alle 3:47 pm

    Ancora sull’evoluzione dell’uomo in tempi recenti, la domanda 9 del bellissimo questionario di GalileoNet ha una risposta interessante.


  1. 1 I falsi miti sull’evoluzionismo: 3. l’uomo deriva dalle scimmie « Progetto Galileo Trackback su gennaio 20, 2009 alle 1:34 pm

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